
Una nostra ricerca, confrontata con una analoga di 10 anni fa, conferma la diminuzione dell’età del menarca in Italia, già segnalata da alcuni studi scientifici. Con il sospetto che ci sia lo zampino del COVID.
Nell’edizione 2023 dell’indagine Laboratorio Adolescenza – IARD è stato realizzato – in collaborazione con la Società Italiana di Ginecologia dell’Infanzia e dell’Adolescenza (SIGIA) – un approfondimento, ovviamente rivolto alle sole ragazze, su menarca e ciclo mestruale. Stesso approfondimento che era stato realizzato nel 2013, esattamente a dieci anni di distanza, il che ci ha consentito di effettuare un interessante confronto tra passato e presente. Le domande poste (ad un campione nazionale rappresentativo di 3180 ragazze di età compresa tra i 12 e i 19 anni) hanno riguardato l’età del menarca, alcuni aspetti “tecnici” (come durata del ciclo, regolarità, presenza di dolore…) ed altri più legati a come le mestruazioni vengono “vissute” (ansia, nervosismo, imbarazzo…).
La prima evidenza, confrontando i dati del 2023 con quelli del 2013 è – confrontando le due coorti omogenee per età (12-14 anni) – una percentuale maggiore di ragazze che hanno avuto il menarca prima di aver compiuto 11 anni. Si passa dal 14,1% del 2013 al 24,9% del 2023. Un anticipo che ha interessato essenzialmente le più giovani che sono proprio le ragazze che in larghissima parte hanno avuto il menarca durante gli anni del lockdown. E questa “coincidenza” ci riporta a quanto aveva già scritto Gianni Bona, endocrinologo pediatra e presidente onorario di Laboratorio Adolescenza nel numero 1-2023 di Laboratorio Adolescenza Magazine (“Adolescenza in Anticipo”) in cui segnalava proprio come dalla primavera del 2020 sono comparse le prime segnalazioni di un aumento di casi di pubertà precoce o accelerata (ovvero uno sviluppo che si completa in pochi mesi rispetto ai normali 18-24 mesi dall’esordio), rispetto ai casi diagnosticati nei 5 anni pre-Covid.

Dal primo lavoro comparso in letteratura nell’estate del 2020 condotto da Stefano Stagi di Firenze, che ha descritto in pochi mesi 37 nuovi casi di pubertà precoce e 12 di pubertà accelerata (numero di nuove diagnosi che superava di 1,5 volte la media dei casi osservati nei precedenti cinque anni) sono seguiti numerosi altri lavori di ricercatori di tutto il mondo che hanno riportato dati simili di incremento.
Tra le cause per spiegare il fenomeno – indicava Gianni Bona – si sono considerati stress emotivi, alimentazione scorretta, ridotta attività fisica ed aumento della sedentarietà, aumentato uso di device elettronici, cambiamento delle abitudini del sonno. Ma resta molto accreditata anche l’ipotesi, comunque da confermare, di un effetto diretto del virus Sars-Cov-2 a livello delle aree del cervello che governano i meccanismi di attivazione della pubertà: una sorta di “long-Covid” sui generis”. E questa evidenza è oggi confermata anche dalla nostra indagine, quant’anche non sia un rilevamento epidemiologico ma un “riferito” dalle dirette interessate. Sarà molto interessante verificare, a breve, se il ritorno alla normalità dello stile di vita farà rientrare l’effetto riscontrato o se le cause di questa tendenza all’anticipo del menarca (che in forma meno marcata si stava già registrando da tempo) vanno ricercate altrove.
Riguardo agli aspetti più “tecnici” – che commentiamo con Anna Maria Fulghesu, presidente della SIGIA – il 42,8% delle ragazze che hanno avuto il menarca da almeno tre anni afferma di avere un ciclo regolare (ogni 4 settimane) e l’83,8% di avere un flusso di durata compresa tra i 3 e i 7 giorni. Riguardo la dismenorrea (ovvero il dolore legato alle mestruazioni), soltanto l’11% afferma di non provarne mai, e la maggioranza (55,1%) ne soffre “di tanto in tanto”, mentre più di un quinto (21,8%) ha sempre mestruazioni dolorose. “Sono tutti dati – assicura la presidente della SIGIA – assolutamente in linea con la normale fisiologia, specie considerando la giovane età del campione, elemento che favorisce l’irregolarità del ciclo e la presenza di dolore”. Dolore che comunque per il 51% non compromette le normali attività, mentre il 29% deve rinunciare a praticare attività sportiva e il 20,2% è costretta a rimanere a casa.
Una differenza significativa tra i dati del 2013 e quelli del 2023 si registra proprio su come le ragazze affrontano la dismenorrea: risulta in netto aumento la percentuale di ragazze che fa ricorso ad antidolorifici (77,6% vs 66,6% nel 2013). Sbagliano, però, il “momento” nel quale ricorrere al farmaco. La tendenza è prenderlo se il dolore permane a lungo o se diventa insopportabile, mentre è una esigua minoranza (meno nel 5%) a farne ricorso ai primi sintomi, come consiglia Fulghesu: “Premesso che l’assunzione una volta al mese di un antinfiammatorio non steroideo [FANS], ovviamente sempre sotto controllo medico, non è dannoso per l’organismo, poiché questi farmaci non eliminano le prostaglandine già presenti (causa del dolore), ma ne inibiscono la produzione, l’efficacia maggiore si ha assumendoli proprio ai primi sintomi del dolore se non addirittura prevenendolo nelle persone che soffrono sistematicamente di dismenorrea”.
E sul “mood” nei giorni del ciclo? Solo il 36% li vivono senza alcun disagio, mentre il 72% diventano di cattivo umore, al quale molte associano disagio (34%) o ansia (27,5%). “Anche una sorta di malessere psicologico, oltre che fisico, immediatamente prima e durante le mestruazioni – ci spiega ancora Anna Maria Fulghesu – è cosa assolutamente fisiologica. La morte biologica del follicolo che aveva generato l’ovocita e il rinnovo del tessuto interno dell’utero dopo il mancato concepimento è in qualche modo confrontabile, come concetto, all’espulsione della placenta al momento del parto; si crea, anche se in misura molto ridotta rispetto al parto, un brusco calo di ormoni, il che può turbare l’equilibrio psicologico. Possiamo dire, semplificando, che il cattivo umore durante il ciclo mestruale è una sorta di versione omeopatica della depressione post partum che colpisce tante donne”.
Uno dei passaggi importanti della prevenzione in età pediatrica ed adolescenziale sono i cosiddetti “bilanci di salute”, ovvero momenti programmati a precise scadenze anagrafiche per controllare la regolarità della crescita. Ciò che manca, ed è lasciato a scelte individuali, è una sorta di bilancio di salute “di genere” programmato – per le ragazze – a ridosso del menarca. Un appuntamento che sarebbe molto utile anche considerando che in Italia, rispetto ai Paesi europei con i quali ci confrontiamo maggiormente, le ragazze iniziano a frequentare il ginecologo più avanti nel tempo. A questo si aggiunge, e preoccupa ulteriormente, che la percentuale di ragazze che a 14 anni compiuti non ha effettuato un primo controllo ginecologico risulta in netto aumento. Confrontando il sotto-campione delle più giovani (12-14 anni) si passa, riferendoci ai dati delle nostre indagini, dal 76,3% nel 2013 all’attuale 87,3%. Dal ginecologo si va, evidentemente, solo se e quando emerge un problema o, più avanti, quando le ragazze iniziano ad avere una attività sessuale e devono avere supporto per la contraccezione.
Se è vero che gli anni del lockdown possono avere in qualche modo contribuito ad una rarefazione della frequentazione del ginecologo, resta il fatto che non c’è l’abitudine – come dovrebbe invece essere – a considerare il controllo ginecologico una tappa fondamentale nel percorso di sviluppo di una ragazza. Uno dei motivi che certamente frena è il timore – infondato – che la visita ginecologica presupponga delle manovre invasive da parte del medico, mentre invece – come tranquillizza Anna Maria Fulghesu – consiste in un controllo esterno degli organi genitali, eventualmente un’ecografia ma, soprattutto, una attività di “counseling” da parte del ginecologo, per consentire alle ragazze di chiarirsi i dubbi e affrontare con serenità un passaggio importante della vita.
Dubbi che sono sempre tantissimi, nonostante la confidenza in famiglia, soprattutto con la mamma, sia molto aumentata rispetto al passato. Lo conferma Annunziata Marra, ginecologa dell’AGITE (Associazione Ginecologi Territoriali) e coordinatrice del gruppo di lavoro sulla ginecologia di Laboratorio Adolescenza, che da anni si occupa di formazione ginecologica nelle scuole: “I nostri interventi nelle scuole sono sempre molto apprezzati dalle ragazze, perché per loro è molto importante avere il conforto di una persona esperta che possa integrare le informazioni raccolte in famiglia, attraverso il passaparola con le amiche o in Internet. Quest’anno abbiamo iniziato anche ad andare nelle quinte elementari e l’interesse delle giovanissime è risultato altrettanto alto rispetto a quello delle più grandicelle”.



