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Adolescenza critica, ma c’è un po’ di luce in fondo al buio
COMUNICATO STAMPA

Il 78,8% degli adolescenti sostiene che una società multiculturale e multietnica sia un’opportunità e un arricchimento, e il 73,3% condivide in pieno l’articolo 3 della Costituzione.

Due straordinari punti di luce di un’adolescenza che si dimostra, ancora una volta, l’unica concreta speranza per un futuro migliore. E dall’edizione 2026 dell’Indagine nazionale sugli stili di vita degli adolescenti che vivono in Italia (*), realizzata da Laboratorio Adolescenza e Istituto di ricerca IARD con il patrocinio della Società Italiana di Pediatria, emerge anche un altro dato molto confortante: in controtendenza rispetto al trend registrato negli ultimi anni, aumenta la percentuale di adolescenti che ritiene che, al di là delle capacità individuali, una buona preparazione scolastica e universitaria sia la cosa più importante per raggiungere dei traguardi significativi nella vita (35% vs 22% nel 2019). “Segno – afferma Maurizio Tucci, Presidente di Laboratorio Adolescenza – che il martellante screditamento della cultura a cui abbiamo assistito negli ultimi anni non fa più presa e che le frequenti dimostrazioni di incompetenza anche di figure istituzionali importanti (che di scuola ne hanno probabilmente fatta poca) non crea più appeal. Ma il conforto che deriva da queste evidenze positive – prosegue Tucci – non deve nascondere una condizione complessiva decisamente preoccupante in cui versano gli adolescenti, a partire da una visione sempre più cupa del futuro”.

Cyberbullismo, violenza fisica agita, autolesionismo, abuso di alcol, “contiguità” con il consumo di droghe, isolamento… Tutti fenomeni che gli adolescenti riscontrano, per esperienza o percezione diretta, in aumento negli ultimi anni, così come a livello personale registrano un significativo aumento di disturbi come difficoltà a dormire, ansia, tristezza immotivata, nervosismo. Si aggiunge la presenza sempre più invasiva, nella loro vita, dei social che non sono solo “luogo” di intrattenimento ma anche fonte di “ispirazione” per progettare la loro vita e principale fonte di informazione su argomenti inerenti alla salute fisica e psicologica.

Il sogno “unisex” di diventare influencer che ha sostituito quello di diventare calciatori o ballerine degli adolescenti di inizio secolo. Sempre più sfumate, nelle risposte, le differenze territoriali, mentre rimangono significative quelle tra maschi e femmine.

(*) L’indagine si è svolta su un campione nazionale rappresentativo multistadio stratificato a quantità proporzionate di 3.040 studenti (fascia di età 13-19 anni). I dati sono stati raccolti attraverso la somministrazione di un questionario a domande chiuse ANONIMO e non contenente domande riferibili a dati sensibili tra i mesi di marzo e maggio 2026.

RISULTATI E COMMENTI

Il futuro

In un momento della vita che dovrebbe essere caratterizzato da speranze e ottimismo, il 70% degli adolescenti ha una visione preoccupata e incerta sul futuro (e a preoccupare sono soprattutto le guerre, 82,8%), mentre il 65% è convinto (possiamo dare loro torto?) che gli adolescenti di trent’anni fa avessero davanti a loro un futuro decisamente migliore.

Dopo “la guerra” la preoccupazione maggiore che gli adolescenti hanno, riguardo al futuro, è il degrado ambientale (72%). E se il 72,6% ritiene che la salvaguardia dell’ambiente dipenda dalle scelte politiche dei Governi, l’80,8% è convinto che siano assolutamente importanti anche i comportamenti individuali.

“Reduci da un’estate ancora non finita e caratterizzata da ripetute e anomale ondate di calore che si susseguono da mesi – afferma Gianni Bona, Presidente Onorario di Laboratorio Adolescenza e Vicepresidente di AMBO (Alleanza per un ambiente a misura di bambino e adolescente) –, è confortante che gli adolescenti mettano i problemi del cambiamento climatico e dell’inquinamento ambientale tra le principali preoccupazioni. Non è scontato, perché alcune fasce della popolazione continuano a sottovalutare il problema o a considerarlo come qualcosa di inevitabile. È invece il momento di agire con azioni concrete e condivise, e le nuove generazioni dimostrano di essere disponibili a farlo. AMBO, tra le azioni previste nel suo statuto, ha inserito anche la formazione scolastica dei bambini e degli adolescenti sui problemi ambientali come tema prioritario. Progetto che porterà avanti con la collaborazione di Laboratorio Adolescenza”.

Internet e social

L’88% pubblica abitualmente “reel” e “story” sui propri profili social alla costante ricerca di follower. Avere un buon “capitale” di follower è considerato infatti molto importante da oltre il 60% degli adolescenti, sia come trampolino di lancio per diventare “influencer”, il sogno “unisex” del 45% degli adolescenti che ha sostituito quello di diventare calciatori o ballerine degli adolescenti di inizio secolo (e da influencer ad ambire a fama e ricchezza), sia come misura della propria popolarità all’interno del gruppo dei pari.

Il 27% (36% dei maschi) ha avuto una o più esperienze di gioco d’azzardo online, aggirando senza troppe difficoltà i filtri per controllare la maggiore età dei fruitori di queste piattaforme. E, a proposito di filtri e divieti, se il 67% considera giusto il provvedimento di legge che obbliga i siti con contenuti pornografici ad accertare effettivamente che chi vi accede sia maggiorenne (ma tra i maschi la percentuale dei favorevoli scende al 56%), il 68% ritiene che la misura adottata sarà comunque inefficace, perché può essere facilmente aggirata.

Un altro aspetto preoccupante è che il 27% ha già partecipato o si ripromette di partecipare ad una “challenge” (sfide proposte sui social che invitano a compiere prove rischiose), il che ha già portato al verificarsi di eventi tragici.

I social sono purtroppo anche diventati il “luogo” preferito dagli adolescenti per attingere informazioni sulla salute. Il 57% (65% delle femmine) lo fa abitualmente e solo il 15% non lo fa mai. E sempre i social sono di gran lunga la prima fonte di informazione riguardo a temi attinenti alla sessualità e agli organi genitali (41,5%), con buona pace della “mamma” (12%) e del proprio medico (2,4%).

Il problema grave – afferma Marina Picca, Vicepresidente di Laboratorio Adolescenza e Presidente della Sezione Lombardia della SICuPP (Società Italiana Cure Primarie Pediatriche) è che, confuse tra le informazioni corrette, che certamente anche i social veicolano, ce ne sono altrettante imprecise o addirittura dannose, proposte con la medesima efficacia comunicativa. Per questo è sempre più importante che i pediatri e i medici di famiglia si prendano carico di questo problema, da un lato cercando di adottare con i propri pazienti adolescenti un linguaggio chiaro e comprensibile, dall’altro spiegando loro quanto sia rischioso affidarsi a Internet, soprattutto se ci si ferma alla prima informazione senza cercare riscontri o senza valutare quanto la fonte sia autorevole. Naturalmente – prosegue Picca – questo comporta che la formazione permanente di noi medici debba prevedere – come già avviene in molte realtà del territorio – un adeguato aggiornamento anche in questo ambito, specie se si hanno pazienti adolescenti”.

“Ed è proprio andando in questa direzione – aggiunge Maria Teresa Zocchi, consigliera dell’Ordine dei Medici e degli Odontoiatri di Milano e dirigente di Laboratorio Adolescenza – che Laboratorio Adolescenza, OMCeO Milano e SICuPP Lombardia hanno realizzato, contando sulla collaborazione e l’esperienza di decine di colleghe e colleghi, di psicologi e di esperti di comunicazione, una raccolta di informazioni e suggerimenti, rivolta a pediatri di famiglia e medici di medicina generale, su come comunicare in modo efficace con gli adolescenti”.

L’intelligenza artificiale

La maggioranza relativa degli adolescenti (38%) esprime preoccupazione nel valutare l’impatto dell’intelligenza artificiale sul futuro, contro il 27% che invece ne sostiene i benefici e un terzo del campione che afferma di non sapersi esprimere in proposito. Dati raccolti ben prima di tutto il clamore suscitato nei giorni scorsi dalle dichiarazioni del ricercatore della società Anthropic Jacob Coxon denunciando i pericoli imminenti che l’intelligenza artificiale potrebbe causare all’intera umanità.

Questa percezione, che da quel che leggiamo sembra rivelarsi più che centrata, non impedisce però agli adolescenti di utilizzare l’IA a piene mani come aiuto nello studio. Lo fa abitualmente il 62% delle femmine e il 57% dei maschi, più alle scuole superiori (68%) che alle medie (39%).

“Al di là delle catastrofi globali – sottolinea Carlo Buzzi, sociologo, Direttore scientifico dell’indagine e coordinatore del Comitato scientifico IARD – anche solo l’uso delle tecnologie digitali e le loro applicazioni finalizzate all’apprendimento necessitano cautela, riflessività e, in alcuni casi, anche diffidenza. Questo non solo perché così facendo, e pensando alla scuola, la preparazione degli studenti risulterà una sorta di gigante copia-incolla e quindi inevitabilmente meno approfondita, ma soprattutto perché, quando gli strumenti utilizzati diventano meno controllabili, il loro utilizzo rischia di perdere le funzioni di supporto per assumere ruoli ancora ignoti”.

Molto pericoloso anche il ruolo delle chat gestite dall’intelligenza artificiale, che sempre più spesso gli adolescenti utilizzano in veste di “amico-confidente” con il quale parlare, al quale chiedere consiglio, affidare i propri dubbie e le proprie frustrazioni.

“Tra le principali “seduzioni” che questa nuova tendenza esercita sugli adolescenti – spiega Loredana Petrone, psicologa e psicoterapeuta dell’Università di Chieti e consulente di Laboratorio Adolescenza – è che confidarsi con l’intelligenza artificiale piuttosto che con una persona reale mette innanzi tutto al riparo dal giudizio e dal rischio che la confidenza fatta possa in qualche modo rendere critica (se non compromettere) la relazione con l’interlocutore. Inoltre, aspetto che può apparire banale ma banale non è, l’lA è un interlocutore disponibile H24. E se uno psicologo o un medico – evidenzia Petrone – naturalmente non può garantire una presenza H24, potrebbe (e dovrebbe) certamente assicurare a un adolescente un ascolto non giudicante”.

La società in cui viviamo

Su uno dei temi maggiormente dibattuti negli ultimi mesi, il fenomeno dei femminicidi, il 47% delle ragazze e il 38% dei maschi ritiene che siano aumentati nel corso degli ultimi anni, ma la maggioranza relativa ritiene che il fenomeno sia costante “solo che ora se ne parla di più” e oltre il 10% dei maschi ritiene siano diminuiti.

Per una netta maggioranza (63%) la gelosia non può mai essere un’attenuante per un atto di violenza contro una donna, ma non va sottovalutato quel 37% (e sorprende in particolare che lo affermi anche il 33% delle ragazze) che ritiene che in alcune circostanze possa esserlo.

Riguardo all’omosessualità, per il 70% dei ragazzi e il 55% delle ragazze il dichiararla crea ancora problemi all’interno del gruppo dei pari e il problema (su questo aspetto maschi e femmine concordano) riguarda prevalentemente l’omosessualità maschile.

Preoccupante, invece, riscontrare come gli adolescenti considerino, per esperienza o percezione diretta, in netto aumento, tra i loro pari, i comportamenti indicati in tabella 1.

Le buone notizie – come anticipato in apertura – vengono dal riscontro che il 78,8% degli adolescenti (83,5% delle ragazze) sostiene che una società multiculturale e multietnica sia un’opportunità e un arricchimento, e il 73,3% (78,7% delle ragazze) condivide in pieno l’articolo 3 della nostra Costituzione che sancisce l’uguaglianza dei cittadini senza distinzione di sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche, condizioni personali e sociali.

“Se questi sono dati certamente positivi – afferma Maurizio Tucci, Presidente di Laboratorio Adolescenza – non vanno sottovalutate e vanno certamente “recuperate” quelle preoccupanti e ampie minoranze del 21% (25% dei maschi) che considerano un pericolo una società multiculturale e multietnica e del 25% (31% dei maschi) che condividono l’articolo 3 della Costituzione “ma con qualche eccezione” o non lo condividono affatto. E andrebbe anche recuperato – considerando che sulla carta le scuole hanno ore in abbondanza che dovrebbero dedicare all’educazione civica – quel 20% di adolescenti (molti delle scuole superiori) che crede che il contenuto dell’articolo 3 della Costituzione sia una raccomandazione ONU o un articolo del Codice Penale, e quel 20% che crede che l’Italia sia una Repubblica federale o presidenziale. Il fil-rouge che lega queste minoranze – conclude Tucci – è l’ignoranza, e la scuola può e deve spezzarlo”.

La salute

Riguardo al rapporto con la salute, dall’indagine emergono alcune evidenze sulle quali è necessario riflettere per capire come è più opportuno intervenire.

La prima è che il 42% del campione intervistato afferma di NON andare mai dal pediatra/medico di famiglia se non quando ha un problema fisico conclamato e un ulteriore 38% afferma di andarci comunque meno di una volta all’anno. Segno chiaro che il concetto di prevenzione è ancora distante dal vissuto adolescenziale e che il pediatra/medico di famiglia ancora non riesce ad essere visto come una figura di supporto alla quale potersi rivolgere per affrontare argomenti anche non legati strettamente a patologie.

A questo si aggiunge che, sebbene l’adolescenza sia generalmente una delle età della vita con minori problemi di salute, ragazze e ragazzi, ma soprattutto le ragazze, riferiscono in larga maggioranza di soffrire più frequentemente rispetto agli anni passati dei disturbi evidenziati in tabella 2.

“Questi dati certamente non confortanti – commenta Rino Agostiniani, Presidente della Società Italiana di Pediatria – ci dicono che dobbiamo guardare alla salute degli adolescenti in modo più ampio. Innanzi tutto preoccupa che troppi adolescenti incontrino il pediatra o il medico di famiglia soltanto quando compare un problema fisico. La prevenzione in adolescenza significa anche creare occasioni di ascolto, parlare di sonno, benessere psicologico, relazioni, stili di vita e uso del digitale. Il pediatra deve poter diventare per l’adolescente non soltanto il medico della malattia, ma un interlocutore al quale rivolgersi prima che il disagio diventi più difficile da affrontare. Riguardo a cefalea, difficoltà a dormire, ansia, tristezza e cattivo umore, non sono fenomeni necessariamente scollegati, ma possono essere segnali diversi di un disagio che va intercettato precocemente. Colpisce in particolare il dato delle ragazze, tra le quali oltre il 70% riferisce un aumento dell’ansia e più della metà un incremento della cefalea e della tristezza. In questo – prosegue Agostiniani – anche le abitudini digitali possono avere un ruolo. Al recente Congresso della Società Italiana di Pediatria abbiamo richiamato l’attenzione proprio sulla cosiddetta “cefalea digitale”: un uso prolungato dei dispositivi, soprattutto nelle ore serali, l’iper-esposizione ai social, lo scrolling continuo e la conseguente alterazione del sonno sono fattori associati a cefalea, stress e maggiore vulnerabilità nei ragazzi e nelle ragazze predisposte. Non si tratta di attribuire al digitale ogni forma di disagio, ma di considerarlo uno dei nuovi determinanti di salute dell’adolescenza”.

E dall’indagine emerge anche un altro dato, in parte contraddittorio: il 38% delle ragazze e il 34% dei maschi gradirebbe avere un momento per rimanere da solo con il proprio pediatra/medico, senza la presenza dei genitori, ma lamenta di non avere questa opportunità che invece sostiene di avere il 24%. Ma nel momento “a tu per tu” con il medico solo una minoranza affronterebbe tematiche delicate ma importantissime come il consumo di sostanze, la sessualità, il consumo di alcol. Una delle cause di questa contraddizione risiede certamente nel fatto che gli adolescenti spesso non hanno le idee chiare riguardo al dovere o meno, da parte del medico, di mantenere il segreto professionale se il paziente è minorenne. il 36% degli intervistati ritiene infatti che il medico/pediatra abbia l’obbligo di riferire ai genitori tutto ciò che avviene durante il colloquio privato, il che li disincentiva ad affrontare alcuni argomenti. E un ulteriore 16% ritiene che il medico/pediatra può riferire – a sua discrezione – il contenuto del colloquio senza informare l’adolescente della cosa.

“Di questo aspetto molto delicato – afferma Francesca Melissano, medico legale – noi medici, considerando anche quanto emerge dall’indagine, dovremmo farci carico in modo forse più sistematico di quanto probabilmente non facciamo, spiegando chiaramente ai pazienti adolescenti come stanno le cose. Il medico ha l’obbligo di informare i genitori/tutore, per gestire al meglio il percorso di diagnosi e cura, solo quando ciò di cui è venuto a conoscenza può comportare gravi rischi per la salute del paziente minorenne. In questi casi il medico informerà comunque preventivamente l’adolescente e lo inviterà a partecipare al colloquio con i genitori per condividere le informazioni. In caso di rifiuto il medico è comunque tenuto ad informare i genitori”.

L’addiction

Il 58% degli adolescenti intervistati ha affermato di essersi ubriacato almeno una volta, ma – ancora più grave – tra quelli che hanno avuto questa esperienza solo il 24% si è ubriacato una volta sola. Il 32,9% lo ha fatto 2 o 3 volte e il 42,2% più di tre volte. Segno che ubriacarsi non è quasi mai un’esperienza unica, ma tende a diventare un’abitudine.

Riguardo alle droghe, nel questionario non è stata posta la domanda diretta sul consumo, ma sulla “contiguità” con il fenomeno, e la tabella 3 descrive un quadro complessivo tutt’altro che confortante.

La scuola

L’aumento, rispetto al passato (35% vs 22% nel 2019), della percentuale di adolescenti che ritiene che, al di là delle capacità individuali, una buona preparazione scolastica e universitaria sia la cosa più importante per raggiungere dei traguardi significativi nella vita è una delle evidenze più importanti emerse dall’indagine 2026.

“La migliore dimostrazione – commenta Alessandra Condito, Dirigente del Liceo Classico Tito Livio di Milano – che i giovani, che insistiamo a definire distratti e indifferenti, sono capaci di uno sguardo lungo sulle cose della vita. In un momento in cui si sollecitano le famiglie a considerare percorsi formativi più brevi (vedi il 4 + 2) e si continua a pensare che l’Alternanza Scuola-Lavoro (ora Formazione Scuola Lavoro) sia cosa buona e giusta, gli adolescenti ci dicono/sanno che una formazione di qualità è propedeutica a una buona qualità della vita”.

È anche positivo riscontrare che il 63,4% degli studenti intervistati considera “buona” la comunicazione con gli insegnanti e il 57% si riconosce nella valutazione che la scuola dà di lei/lui (voti, considerazione da parte degli insegnanti, reputazione complessiva). Anche se nei licei il 45% (vs 32% in tecnici e professionali) si considera sottovalutato.

Riguardo al registro elettronico, solo uno studente su 4 (e nei licei anche meno) lo ritiene utile. Il 36% lo riterrebbe accettabile solo se i voti fossero visibili dopo qualche giorno in modo che possano loro scegliere il momento in cui comunicarli ai genitori e non essere costretti a doverne rendere conto magari già al citofono rientrando a casa. La maggioranza relativa (38%) lo considera tout-court una forma di controllo inaccettabile.

Prevedibile, ovviamente, che il 97% consideri ingiusto il divieto di portare il cellulare a scuola, dividendosi tra chi considera giusto silenziarlo durante le lezioni (68%) e chi spegnerlo (29%).

Il gruppo dei pari

Al di fuori della scuola la maggioranza relativa degli adolescenti (39,5%) si incontra “fisicamente” con gli amici due o tre volte alla settimana. Il 21% lo fa tutti i giorni e il 16% meno di una volta alla settimana. I maschi “vedono gli amici” con frequenza significativamente maggiore rispetto alle ragazze. Il luogo di incontro più gettonato (indicato dal 60,6%) è un posto della città (strada/piazza ecc.), il 40% incontra gli amici prevalentemente a casa (propria o di un amico), il 28% vicino alla scuola, poco più del 10% ha come luogo di incontro privilegiato l’oratorio.

Interessante osservare che, se si ha necessità di entrare in contatto “a distanza” con un amico, meno di un adolescente su quattro lo fa attraverso una chiamata telefonica, mentre la maggioranza lo fa attraverso un messaggio scritto o vocale anche quando si tratta di una vera e propria conversazione. Questa resistenza a “parlare in diretta” (che con gli strumenti di oggi non ha una motivazione economica) può avere motivazioni distantissime: dal non voler essere invasivi al preferire una comunicazione che non richieda risposte in tempo reale perché meno “ansiogena”. Anche molte relazioni sentimentali – riferiscono ragazze e ragazzi nei focus group realizzati da Laboratorio Adolescenza a corredo dei dati quantitativi dell’indagine – oggi vengono avviate e troncate “via messaggio” per il timore di dover affrontare vis-à-vis una situazione imbarazzante o critica. Prima tra tutte il “rifiuto” che destabilizza in modo particolare un’adolescenza abituata a ottenere tutto, spesso con troppa facilità.

Mens sana in corpore sano?

Doloroso dover riscontrare che il 33% degli adolescenti (40% dei maschi) non ha letto neanche un libro non scolastico nell’ultimo anno. Ma anche su questo fronte gli adolescenti appaiono comunque “meno peggio” degli adulti la cui percentuale di non lettori assoluti (chi non ha letto alcun libro nel corso di un anno) supera il 60% (fonte ISTAT). Sul “fronte opposto”, il 23% delle ragazze afferma, invece, di leggere più di sei libri non scolastici all’anno.

Il 49,2% dei maschi e il 32,6% delle femmine afferma di dedicare alla pratica sportiva (o comunque all’attività fisico motoria) più di 4 ore alla settimana, anche se la percentuale cala progressivamente all’aumentare dell’età. Il 21,3% (28,6% delle femmine) non pratica alcuno sport o attività fisico-sportiva.

Tra i motivi di questa scelta, in cima a tutti c’è di gran lunga la mancanza di tempo, indicata dal 60%, che tra gli studenti dei licei diventa il 66%. A grande distanza il “non mi piace” o il “non sona brava/o”, ma per l’8,4% delle ragazze la ragione è di tipo economico. Motivazione, quella economica, indicata solo dal 3,8% dei maschi, il che evidenzia come, purtroppo, quando una famiglia ha problemi economici il “taglio” dell’attività sportiva sacrifica maggiormente le figlie femmine.

Milano, 17 settembre 2026

 

 

 

 

 

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