
Perché alcuni Paesi stanno limitando l’uso del computer a scuola e promuovendo un parziale ritorno ai libri, alle penne, ai quaderni.
La notizia è arrivata dalla Danimarca, e non c’entra, questa volta, con la Groenlandia, ma riguarda il mondo scolastico. È una decisione presa dal ministero dell’Istruzione di quel Paese e che si riassume in poche parole: in classe meno computer e più carta e penna. L’importanza di questa piccola rivoluzione (o meglio controrivoluzione) sta nel fatto che la Danimarca è stato il primo Paese europeo ad arrivare, nel 2011, alla completa informatizzazione della scuola pubblica, vale a dire un computer per ogni studente e l’intera didattica trasferita sugli schermi. Ora si è deciso di tornare indietro: niente smartphone in classe e divieto di social, come già deciso in altri Paesi, ma soprattutto un uso del computer (che resta comunque imprescindibile nelle aule scolastiche) molto più limitato, più controllato dai docenti e destinato a compiti specifici. Promuovendo nello stesso tempo un parziale ritorno ai libri, alle penne, ai quaderni.
Interessanti sono naturalmente le motivazioni di questo ripensamento, nella scuola che ha accumulato più esperienza in questo campo. La scelta fa riferimento solo parzialmente all’aspetto sanitario: studi in tutto il mondo, di cui abbiamo spesso riferito, hanno dimostrato i possibili danni alla salute (in particolare sulla qualità del sonno) dell’eccessiva esposizione agli schermi, aggravati in questo caso dalla somma dei tempi scolastici con quelli privati degli studenti. Ma in realtà i fattori decisivi della svolta danese sono considerazioni di tipo psico-pedagogico. Avendo constatato e misurato un peggioramento generale dei livelli di apprendimento, si è cercato di comprenderne le cause. I risultati degli studi e delle analisi condotte sono stati tutt’altro che sorprendenti.
Un primo fattore di “disturbo” rilevato è la distrazione: la tecnologia non migliora affatto l’attenzione, ma anzi sottrae concentrazione. Se non altro perché permette facili deviazioni verso “finestre” aperte su altri argomenti o apre a irresistibili notifiche di comunicazione. L’altro fattore, più importante ancora, è quella che è stata chiamata la “solitudine di gruppo”, il senso di isolamento, in pratica, che vive chi si rapporta a lungo con uno schermo e non con una faccia umana. Questo avviene anche all’interno di una classe, seduti uno accanto all’altro, ma peggiora inevitabilmente nella didattica online, come già era stato rilevato in mezzo mondo ai tempi della pandemia. Un isolamento che alla lunga comporta distacco, noia, disinteresse. In sostanza si è “scoperto” che la scuola non è solamente apprendimento ma anche vita sociale e che la didattica è basata sul coinvolgimento, sulle relazioni tra docente e studenti e tra gli studenti stessi. Perché si impara di più da una discussione che da una lectio magistralis, perché si impara dai propri errori, ma anche da quelli degli altri. Lo sapevamo già? Sì, ma la tecnologia ce ne ha dato una clamorosa dimostrazione. E bravi i danesi a ritrattare le proprie scelte.
Anche i loro “nemici” americani sono giunti peraltro alla stessa conclusione, in uno studio condotto dall’Università del Nevada nel 2024. In questo caso è stato rilevato che sulla diminuzione della performance scolastica incide non solo il modo in cui vengono utilizzati i computer in classe ma anche il clima sociale generale della scuola. Lo studio pone l’accento sul fatto che la tecnologia incide sulla disuguaglianza, favorendo le scuole più ricche e gli alunni più abbienti e riducendo ulteriormente le prestazioni dei più poveri, che in molti casi non hanno nelle case un computer o una buona connessione per esercitarsi. Anche questo effetto discriminatorio era emerso in Italia durante il Covid nella didattica a distanza.
E in Italia, a proposito, com’è la situazione? Intanto corriamo meno rischi, grazie al nostro cronico ritardo nelle innovazioni: solo poco più di un terzo degli studenti italiani dispone di un computer a scuola contro il 50% della media europea. Le rilevazioni Invalsi peraltro avevano subito registrato, dopo la pandemia, che aveva dato una forte spinta all’informatizzazione, il peggioramento delle prestazioni scolastiche (calo dell’apprendimento in italiano e matematica) magari non del tutto imputabile al computer. Una ricerca europea dello scorso anno, commissionata dalla Epson, ha cercato di valutare l’impatto che i tablet e i laptop possono esercitare in classe, secondo il parere di insegnanti e genitori. Molti insegnanti italiani hanno segnalato una o più problematiche: il 42% (39% in Europa) ha visto un declino nelle capacità di lettura, il 38% (27%) ha constatato ridotta conservazione delle conoscenze, il 22% (25%) ha notato una riduzione dell’impegno e il 15% (16%) afferma di aver visto una correlazione con la riduzione dei risultati. In base alla ricerca, il 63% degli insegnanti italiani, in linea con la media europea, sostiene che i libri di testo e i materiali cartacei migliorano le capacità di lettura, mentre il 47% degli insegnanti (stessa percentuale europea) e il 36% dei genitori (42%) dichiara che consentono una maggiore conservazione delle conoscenze.
Dobbiamo quindi mettere il computer dietro la lavagna? Non esageriamo, nemmeno i danesi lo vogliono. Ci sono centinaia di studi che, negli anni, hanno sottolineato i possibili benefici dell’utilizzo del computer nella didattica, con o senza Intelligenza Artificiale. E non si può prescindere dal fatto che la competenza informatica è ormai irrinunciabile nel mondo attuale, sia nell’istruzione sia nel lavoro. L’impressione è semplicemente che la scuola, in tutto il mondo, sia ancora alla ricerca della strada giusta nel conciliare i vecchi metodi con i nuovi mezzi. Si tratta evidentemente di trovare un equilibrio in cui uno strumento straordinario, se inserito in un progetto pedagogico, possa ampliare le possibilità di apprendimento e favorire, anziché ostacolare, la relazione educativa e la qualità della scuola. Partendo, tutte le ricerche lo sottolineano, da un’adeguata formazione degli insegnanti.
In ogni caso, pur non essendo un insegnante, mi associo a quel 63% che sostiene che l’uso della carta migliora la capacità di lettura (e quindi, aggiungo, quella di scrittura). Che mi sembrano in questo momento le attitudini più minacciate dal digitale. Utilizzando il computer i ragazzi, per esempio, possono trovare rapidamente tutte le informazioni necessarie per studiare e capire I promessi sposi, visto che se ne discute in questi giorni. Ma per cogliere la qualità e la musicalità di quella prosa è necessario leggere quel “romanzetto”, non studiarlo, possibilmente su carta. Magari anche a 30 o 60 anni. Per sciacquare nuovamente la lingua in Arno, come sosteneva l’autore.



