
Standardizzare parte delle prove renderebbe più oggettivo un esame che le differenze geografiche nella valutazione mettono in discussione.
Articolo di Giorgio Ragazzini, pubblicato su “ilSussidiario.net”, 17 aprile 2026
“Quizlandia” no, ma una giusta dose di prove standardizzate darebbe più oggettività all’esame di maturità. Servirebbe un’altra riforma.
Torna da quest’anno scolastico l’Esame “di maturità”. Il nome, che reggeva dal 1923, fu sfrattato nel 1999 dal più protocollare Esame “di Stato”, cosa di cui tutti si sono altamente infischiati, continuando a chiamarlo alla vecchia maniera (stessa sorte ha avuto la decisione di sostituire “Scuola media” con “Scuola secondaria di primo grado”).
Si presume che il ministro Valditara abbia preso atto di questa indiscutibile situazione di fatto, oltre a voler recuperare il senso della denominazione originaria, sottolineando che la verifica deve riguardare, oltre alle conoscenze e alle abilità, anche “il grado di maturazione personale, autonomia e responsabilità degli studenti”.
Detto questo sull’onomastica, va affrontato un ben più grave problema, ormai per tutti evidente: la perdita di credibilità e quindi anche di spendibilità di questo diploma per trovare un lavoro e per iscriversi alle facoltà universitarie, diverse delle quali hanno introdotto i test di ammissione anche per questo motivo, oltre che per evitare un numero ingestibile di iscritti. Quanto alle aziende, in generale tendono a dare più credito alle loro verifiche, agli stage e ai periodi di prova.
Un primo motivo di svalutazione è la scarsissima selettività dell’esame. L’anno scorso non è stato considerato “maturo” solo lo 0,3 % dei candidati. In altre parole – o meglio in altri numeri – 3 ogni 1000. È anche vero che a questa minima percentuale bisogna aggiungere il 3,5% dei non ammessi agli esami; e che nel quinquennio precedente si sono persi (per ripetenze o abbandoni) 83.217 ragazzi e ragazze su 558.114 iscritti alle prime classi, cioè il 14,9%.
Ma quello che probabilmente scredita di più questo esame è il fatto che i voti finali degli studenti meridionali, che i test Invalsi indicano come in genere meno preparati, sono mediamente più brillanti rispetto a quelli del nord e del centro (vedi tabella più sotto). Lo scorso anno, gli studenti valutati con 100 o con 100 e lode nelle otto regioni del nord sono stati il 6,1% (la più rigorosa è la Val d’Aosta con il 3,3); nelle quattro regioni del centro il 10,2%; nelle otto del sud e delle isole il 13,3%, quindi più del doppio che nel nord, con la punta più alta in Calabria con il 18,1%. Da notare che la media dei 100 e 100 e lode nel corso degli anni è aumentata in tutta Italia: erano il 6,2% del totale nel 2016, hanno raggiunto il 9,9% nel 2025. Quasi che, di fronte alla maggiore generosità del meridione, anche i docenti delle regioni più esigenti avessero deciso di abbassare un po’ l’asticella.
La conseguenza non può che essere l’insufficiente affidabilità di queste valutazioni. La quale indubbiamente affonda le proprie radici nei frequenti inviti a essere “comprensivi” rivolti ai docenti a partire dagli anni ’70. Una “comprensione” che in sede d’esame sfocia anche in una diffusa tolleranza del copiare, quando non in un’attiva collusione a questo scopo, come ho già sottolineato in un precedente articolo. C’è quindi da dubitare che i troppi e spesso poco credibili 100 e 100 e lode siano ancora una carta vincente per il proseguimento degli studi e per trovare un lavoro, ma è anche profondamente ingiusto che molti studenti preparati conseguano gli stessi voti di altri che lo sono assai meno.
Di fronte al trascinarsi di questa situazione, anche chi come me è affezionato alle modalità tradizionali dell’esame di maturità deve per forza prendere in considerazione la soluzione adottata da quegli Stati che hanno deciso di basarsi, in tutto o in parte, su prove standardizzate da correggere centralmente, in modo da eliminare o ridurre di molto le influenze ambientali.
Si sa che l’introduzione dei test ha creato in passato forti resistenze e polemiche, il cui capofila fu senz’altro il compianto professor Giorgio Israel, docente universitario di Storia della Matematica e della Scienza, ma anche acuto osservatore e critico della scuola italiana. La sua preoccupazione era che si arrivasse, com’era successo negli Stati Uniti, a un rovinoso “teaching to the test”, cioè a una didattica fortemente orientata a un addestramento nella risoluzione di quiz. Tuttavia, ribadiva spesso di non essere contrario in assoluto ai test, ma riteneva che dovessero essere usati solo per valutare le conoscenze essenziali per ciascun livello scolastico e non per capacità complesse. Comunque, anche per merito delle sue ben argomentate obiezioni, l’avvento di “Quizlandia” non c’è stato.
Ho già accennato al fatto che, nei sistemi scolastici che le utilizzano per gli esami finali dei percorsi di studio, le prove standardizzate possono integrare, più spesso che sostituire, quelle tradizionali. L’integrazione riscuoterebbe certamente un maggiore consenso da parte degli insegnanti e renderebbe quindi più facile un confronto costruttivo basato sia sull’analisi dei limiti dell’attuale impostazione, sia sulla conoscenza delle esperienze internazionali. Gli stessi docenti potrebbero contribuire alla discussione condividendo la loro eventuale esperienza con i questionari. Ne ho io stesso a volte utilizzati alcuni a integrazione delle interrogazioni di storia e di geografia, soprattutto gli ingiustamente snobbati questionari “vero/falso”, che, se ben fatti, possono essere invece molto utili.
Data la tendenza a ridurre il numero dei commissari, le prove d’esame standardizzate presentano anche il vantaggio di poter verificare le conoscenze in un maggior numero di materie, attualmente condizionato dalle esigenze di risparmio. E tra queste sarebbe importantissimo inserire la storia negli esami di maturità di tutti gli indirizzi delle scuole superiori, visto il larghissimo consenso sui danni che una sua scarsa conoscenza arreca alla comprensione del presente e in fin dei conti alla stessa democrazia.
Articolo di Giorgio Ragazzini, pubblicato su “ilSussidiario.net”, 17 aprile 2026



