
Un fenomeno antico e in costante crescita di fronte al quale la società attuale “reagisce” col cattivo esempio.
Ventisei anni fa Fulvio Scaparro scriveva: “Negli ultimi anni ci siamo abituati a leggere sulla stampa notizie sempre più allarmanti sulle imprese di gruppi giovanili violenti. Il termine italiano ‘banda’ sembra non sia più sufficiente a trasmettere con efficacia la violenza che questi gruppi sono capaci di esprimere e si ricorre a termini della nostra lingua presi a prestito da altri contesti come ‘branco’ o dall’inglese (gang , baby gang , hooligans…) Pur non trattandosi di fatti del tutto nuovi, l’intensificarsi dell’allarme sociale per l’aumento della violenza di ragazzi e giovani riuniti in bande, costringe a interrogarci sulle cause del fenomeno, sulle particolarità che fanno di un gruppo una banda violenta, sulla diversità di comportamento tra l’individuo isolato e quello degli individui riuniti in gruppo. E parlando di bande giovanili, sarà bene precisare che non si sta trattando soltanto di adolescenti ma di un’ampia fascia di età che va dalla preadolescenza fino ai cosiddetti giovani adulti, tra i 20 e i 30 anni”.
Il recente omicidio di Massa in cui un uomo di 47 anni è stato pestato a morte dal “branco”, davanti al figlio di 11 anni, “reo” di aver rimproverato i suoi assassini perché lanciavano bottiglie contro la vetrina di un negozio, è solo cronologicamente l’ultimo (ma purtroppo l’ultimo non sarà) di una serie crescente di atti di gratuita violenza che il branco perpetra non nei confronti di un nemico identificato e dichiarato, ma di chi capita a tiro. Senza un perché, senza un obiettivo, forse solo per un macabro divertimento che non sanno nemmeno gli infelici protagonisti dove li porterà. E gli assassini di Massa sono proprio, paradigmaticamente rispetto a quanto scriveva Scaparro, giovani adulti e adolescenti.
Oggi è così; Scaparro parlava in modo allarmante del fenomeno 26 anni fa e se guardiamo un bel po’ più indietro non possiamo non far caso che uno dei romanzi “cult” dell’adolescenza del secolo scorso era “I ragazzi della via Pall” del quale credo sia inutile ricordare la trama, se non sottolineare che, alla fine, sia pure tra pianti, commozione e pentimenti, il morto ci scappa anche lì.
Nulla di nuovo sotto il sole, dunque? E dunque anche il nostro è un “allarme” un po’ retorico, quasi di maniera? Qualche nostalgico lettore dei “I ragazzi della via Pall” potrà dire, e non completamente a torto, che “almeno” le due bande rivali dei liceali di Budapest avevano delle regole, un codice d’onore, il rispetto per il nemico. Verissimo; d’altra parte all’epoca anche le guerre – quelle tra i “grandi” non tra i bambini – si “dichiaravano”, si inviamo messi o ambasciatori ad annunciarle al nemico, mentre oggi un pazzo si sveglia (che sia ad oriente o ad occidente fa lo stesso) e attacca il nemico di turno con pretesti di fronte ai quali le argomentazioni del lupo di Fedro, per mangiarsi l’agnello, appaiono ragionevoli se non inoppugnabili. I tempi cambiano…. purtroppo.
E ritorno alle riflessioni “fine secolo” di Fulvio Scaparro sul “che fare”. “La risposta adulta al comportamento delle bande violente non dovrebbe essere né di tipo giustificativo, riparatorio, fondato sul senso di colpa per reali o presunte mancanze degli adulti o di una non meglio specificata ‘società’, né di tipo soltanto repressivo, punitivo, emarginante, fondata sul meccanismo della proiezione attraverso il quale si scarica su di loro ogni nostro contenuto negativo. Né, soprattutto, deve essere l’indifferenza. Ognuna di queste risposte ha il difetto radicale di non riconoscere il giovane come individuo, come responsabile delle proprie azioni ma anche come vittima di una cultura in cui gli adulti hanno proprie, pesanti responsabilità.
Chi vuole prevenire i comportamenti deviati dei giovani non può cavarsela con il perdono o con il carcere o con l’indifferenza. La prevenzione implica un lavoro più impegnativo: isolare il giovane dal gruppo deviante, interessarsi a lui come individuo, riconoscerlo come tale e non come appartenente a una banda, rendere meno ostile l’ambiente di vita con un esempio adulto di cura, impegno, pulizia morale, fantasia e apertura verso il futuro. Occorre inoltre rendere più vivibili le città, aumentare gli spazi di libertà, di tolleranza, di solidarietà, ridurre gli sprechi, favorire una maggiore giustizia sociale, dare opportunità di studio e lavoro ai giovani. Occorre coerenza tra il dire e il fare degli adulti, attribuzione di responsabilità al trasgressore ma anche possibilità di recupero affinché attraverso la costruzione di una propria identità personale si riconosca anche in una storia della propria cultura e giunga a considerare un bene collettivo come bene proprio”.
Leggere queste considerazioni, il cui unico difetto è quello di essere talmente ragionevoli da poter apparire quasi ovvie, fa male, perché sono la plastica dimostrazione del fallimento completo della nostra società in cui, nel frattempo, il valore della vita è sceso ai minimi storici.
Tra le amenità che si leggono – ma che magari qualche briciola di verità pure ce l’hanno – c’è chi addossa buona parte di colpa ai videogiochi dei quali bambini e adolescenti si nutrono. Videogiochi in cui l’obiettivo primario è uccidere i nemici e cercare di non farsi uccidere, ma dove comunque – male che va – si “comprano” altre “vite” e si riparte.
Non so quanto di vero ci possa essere in questo tipo di analisi, ma la sensazione forte che si ha – tanto per rimanere nella metafora dei videogiochi – è che siamo davvero vicini, tutti, al “game over”.
Presidente Laboratorio Adolescenza



