
Tra la conservazione di stanchi riti e l’inutile rincorsa a un’attualità mai adeguatamente tematizzata.
La scuola dov’è? Dove può andare? A quali condizioni? Gli errori fatti e quelli da non rifare.
Un argomento spinoso e complesso che Laboratorio Adolescenza Magazine affronta – in tre capitoli – con Paolo Demolli, docente di filosofia.
Capitolo 2 – La scuola ferma alla riforma Gentile
Di fronte a una realtà sempre più complessa e “liquida” (il riferimento è ovviamente alla fortunata metafora di Bauman), dove riferimenti e valori tradizionali si dissolvono per lasciare spazio a un fluttuante pulviscolo di stimoli e modelli tanto imperativi nell’immediato quanto volatili nella loro frenetica e continua sostituzione consumistica, la scuola appare tristemente, anacronisticamente impastoiata nella conservazione di stanchi riti, e al tempo stesso snaturata nella inutile e patetica rincorsa a un’attualità mai adeguatamente tematizzata.
Il problema è noto, e strutturale. La scuola italiana ancora oggi è, nel suo impianto, il torso classista e autoritario disegnato dalla riforma Gentile (“la più fascista delle riforme”, come la definiva Mussolini). Su questo impianto si è successivamente, incessantemente stratificata una congerie di interventi occasionali, contraddittori, superficiali e mai adeguatamente integrati.
Al di là di un generico, e spesso mancato intento di democratizzare e modernizzare la scuola, queste successive modificazioni sono dovute, prevalentemente, al protagonismo di governi e ministri per lo più boriosi, incompetenti e vanitosi, intenzionati a “passare alla storia” con riforme autodefinitesi “epocali”.
Inoltre, altri danni sono stati prodotti dal velleitario e confuso zelo di maggioranze parlamentari a loro volta inevitabilmente incompetenti sulla specificità della scuola, ondivaghe, ma concordi nel lesinare investimenti reali su un settore dove ritorno sull’investimento oppure danno sono, entrambi, più remoti e meno quantificabili che in qualunque altro ambito delle politiche statali.
Pochi esempi saranno sufficienti: le continue modifiche agli esami conclusivi dei cicli, col loro pendolo tra restaurazione di antiquati nozionismi e superficiali velleità di pensiero interdisciplinare, peraltro mai fondato su una seria programmazione; la rincorsa a modelli e paradigmi estrinseci, per lo più di matrice economicista, che tra le altre cose infligge alle scuole l’ormai formalistica messa in scena dell’alternanza scuola lavoro, nel presupposto di fondo che la scuola sia di per sé asfittica e vuota, e solo il rapporto vitalizzante col mondo del lavoro possa renderla concreta e moderna; la pretesa che a scuola si insegni di tutto, dall’educazione stradale alla finanza, passando per un’educazione civica ridotta a guazzabuglio multidisciplinare frammentato in una pluralità di contenuti, competenze e metodologie didattiche impossibilitate a coordinarsi adeguatamente, nell’esiguità del tempo a disposizione.
Nello spazio di un articolo è impossibile entrare analiticamente nella disamina delle differenze, anche estremamente significative, che intercorrono tra i diversi cicli dell’istruzione, con diverse aree di criticità e – naturalmente – talvolta anche con diverse esperienze costruttive e localmente efficaci: il quadro d’insieme, tuttavia, non lascia scorgere segnali di profonda evoluzione dell’istituzione scuola nel suo complesso.
Appare inevitabile che la scuola, stretta a tenaglia tra la rigidità di un modello ormai obsoleto e le confuse sollecitazioni di una società in rapida trasformazione, non trovi più la bussola per orientarsi su un’evoluzione sensata, e su una prospettiva di cambiamento adeguatamente discussa, elaborata, e condivisa.
Ad aggravare l’inerzia di una macchina enorme, farraginosa e sostanzialmente acefala, contribuisce in maniera significativa la questione della formazione degli insegnanti: a questo tema dedicherò il mio terzo contributo.
Docente di filosofia



