
E’ uscito il nuovo libro di Alessandra Condito – “Il tempo e la cura” – sulla scuola italiana che sta perdendo la sua vocazione.
Se non conoscessi da anni Alessandra Condito come persona e come professionista definirei il suo pamphlet una spietata (ed a mio avviso più che condivisibile) critica verso una scuola incapace di rivendicare la sua essenza, ovvero il fine pedagogico e accudente, sempre più orientata a soccombere – in questo caso nei confronti di alunne e alunni “più lenti” (per utilizzare un termine più volte ribadito dall’autrice) – verso una patologizzazione delle differenze in un’ottica imposta dalla drammatica società in cui viviamo. Società in cui tutti devono primeggiare e chi non è in grado di farlo deve quantomeno avere una “certificazione” che attesti e giustifichi (agli occhi di chi, poi non si sa) il perché non può primeggiare. Conoscendo bene Alessandra Condito trovo però più opportuno sostituite la “spietata critica” in “accorata critica”. Il senso non cambia, ma cambia lo spirito con cui si dicono le stesse cose. Per essere “spietati” bisogna essere spettatori terzi, quanto vuoi competenti ed informati dei fatti, ma esterni al sistema; Alessandra, invece, ne è immersa e la freddezza che serve per essere spietati in lei diventa il coinvolgimento per essere “accorati”.
L’autrice non si chiama fuori. Critica severamente dove c’è da criticare, ma sente di dover condividere, ovviamente in quota parte, alcune disfunzioni. Quantomeno per non essere riuscita ad opporsi sempre, con la dovuta forza, a questa drammatica mutazione genetica, apparentemente irreversibile, della scuola.
La scuola dovrebbe essere un pilastro indipendente della società. Come la magistratura – non a caso lo sancisce la Costituzione – deve essere un “potere” indipendente rispetto agli altri con funzione di reciproco bilanciamento.
La scuola, invece, sembra sempre più inerme e succube alle logiche “mercantili” imposte da una società certamente ignorante (o molto più ignorante che in passato), individualista, e ossessivamente impegnata ad invocare diritti senza preoccuparsi dei doveri e del rispetto dei ruoli.
Come la cosiddetta “medicina difensiva” è una delle maggiori piaghe della medicina di questo secolo appena iniziato – male –, Condito nel suo “Il tempo e la cura” evoca – senza citarla esplicitamente – l’altrettanto deleteria “scuola difensiva” in cui diagnosi, certificati e carte bollate tranquillizzano gli insegnanti (o, quantomeno, i peggiori di loro) mettendoli al riparo da fastidi, rivendicazioni, contestazioni e quant’altro. Rinunciano in questo modo alla parte più interessante e meritoria del loro lavoro (non chiamiamola mission, per carità)? Sì, probabilmente , e probabilmente lo sanno anche, ma ha senso rimanere gli unici “eroi” in una società di opportunisti facendo la figura di quei soldati giapponesi che continuarono per anni, in isole sperdute, una guerra che non c’era più?
Condito non critica, anzi apprezza, quegli interventi, con relative diagnosi, che individuano quelle alunne e quegli alunni che – al di à delle sigle – presentano evidenti deficit e che hanno bisogno di uno speciale sostegno, possibilmente anche molto più presente ed efficace di quello che si riesce loro, oggi, a garantire. Critica – e come non darle ragione – la perversione direi parmenidea di trovare, tra due punti, sempre infiniti altri, tanto che Achille non potrà mai raggiungere la tartaruga. Per semplificare e non impantanarmi tra sigle che a mala pena ricordo e spesso confondo: “ritardo” grave, “ritardo” moderato, “ritardo live ma non troppo”, “ritardo lieve”, “ritardo lievissimo”, nessun “ritardo”, ma non si può escludere che possa insorgere”… e così via in una medicalizzazione sempre più spinta all’estremo, se non addirittura ridicola, dove – l’autrice lo dice chiaramente – è difficile escludere che oltre alle buone intenzioni (che certamente ci sono anche) ci siano interessi molto più “biechi”.
Per concludere, “Il tempo e la cura” non è un libello per addetti ai lavori, ma è una riflessione che, partendo dalla scuola, ci dà un quadro “spietato” – e questa volta la parola non la sostituisco – di una società che sta mostrando crepe da tutte le parti. Alessandra Condito nel suo scritto cita Giorgio Gaber. Io cito e parafraso Fabrizio De Andrè, perché “Anche se non ce ne siamo accorti, siamo tutti coinvolti”.
Presidente Laboratorio Adolescenza



