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Scuola e metal detector
VIOLENZA A SCUOLA

L’uccisione di un ragazzo di diciotto anni da parte di un coetaneo, avvenuta il 16 gennaio in una scuola di La Spezia, pone in questione la funzione educativa della scuola.

La scuola dov’è? Dove può andare? A quali condizioni? Gli errori fatti e quelli da non rifare.
Un argomento spinoso e complesso che Laboratorio Adolescenza Magazine affronta – in tre capitoli – con Paolo Demolli, docente di filosofia.

Capitolo 1 – Scuola e metal detector

L’uccisione di un ragazzo di diciotto anni da parte di un coetaneo, avvenuta il 16 gennaio di quest’anno in una scuola di La Spezia, non può non porre in questione la funzione educativa della scuola nel suo complesso: ovviamente non solo perché il fatto si è verificato nel contesto scolastico.

Lo sgomento di fronte a un episodio del genere ci costringe a chiederci come sia possibile che una violenza così estrema, e così tragica, si sia potuta sviluppare al di sotto della soglia di attenzione e di visibilità dell’istituzione deputata ad accompagnare l’evoluzione della personalità dei bambini e degli adolescenti. Chi affida i propri figli alla scuola si aspetta anche di trovare in essa un contesto capace di prevenire la deriva distruttiva che può verificarsi nella vita di alcuni adolescenti, quando lo sviluppo della personalità individuale e la costruzione di un approccio etico nel rapporto con gli altri non trovano una convergenza armonica.

È il caso di chiarire subito che questa possibile funzione preventiva non può ridursi alla sua caricatura in stile “sorvegliare e punire”, tanto evidente nell’approccio dell’attuale governo italiano.

La “soluzione” immediatamente prospettata dal ministro dell’istruzione e del merito, perfettamente in linea con il paradigma della “sicurezza” al centro della politica dell’attuale governo, consisterebbe infatti nel posizionamento di metal detector all’ingresso delle scuole più “a rischio”.

Da un lato colpisce l’inconfondibile sentore razzista che aleggia sul criterio di identificazione del fattore di rischio: la presunta propensione all’uso del coltello avrebbe a che vedere con l’etnia di provenienza degli adolescenti, come ha per esempio esplicitamente affermato il sindaco della città ligure.

Dall’altro lato, è evidente che impedire l’ingresso di coltelli a scuola non scongiurerebbe affatto il verificarsi di episodi di violenza tra adolescenti, ma ne muterebbe solo il contesto, dato che a quel punto aggressioni e ferimenti potrebbero benissimo verificarsi per esempio appena prima dell’ingresso, sul marciapiede antistante il portone della scuola.

Appare ovvio che, a quel punto, la scuola ne sarebbe deresponsabilizzata (cosa che forse costituisce il principale interesse del ministro), e la palla passerebbe al collega ministro degli interni, il quale a sua volta ha già la risposta pronta: più sorveglianza, più repressione, più forze dell’ordine e militari dell’esercito per le strade.

Ma la questione, in realtà, non è di “ordine pubblico” ma verte sulla stessa ragion d’essere della scuola, cioè sulla sua funzione educativa, che purtroppo viene regolarmente dimenticata quando si tratta di definire le priorità delle politiche di governo, salvo essere lamentosamente – e ipocritamente – rimpianta quando si verificano episodi atroci come quello da cui ha preso avvio questo discorso.

Di fronte a una realtà sempre più complessa e “liquida” (il riferimento è ovviamente alla fortunata metafora di Bauman), dove riferimenti e valori tradizionali si dissolvono per lasciare spazio a un fluttuante pulviscolo di stimoli e modelli tanto imperativi nell’immediato quanto volatili nella loro frenetica e continua sostituzione consumistica, la scuola appare tristemente, anacronisticamente impastoiata nella conservazione di stanchi riti, e al tempo stesso snaturata nella inutile e patetica rincorsa a un’attualità mai adeguatamente tematizzata.

Tornando al drammatico episodio di La Spezia, com’è possibile che in quella scuola nessuno si fosse accorto della gelosia, del risentimento, dell’odio, della distruttività che il ragazzo col coltello evidentemente covava da tempo dentro di sé?

Forse in realtà è più corretto riconoscere che non se ne erano accorti gli adulti, perché invece i coetanei (stando a quanto ci riportano i media) si erano accorti di molto, di quasi tutto. Ma poi nessuno dei compagni ha creduto di doverne parlare con gli insegnanti: e anche questo risvolto apre una serie di interrogativi decisivi su quello che accade a scuola, e di quello che invece dovrebbe accadere, e non accade.

Non solo l’insegnante è troppo spesso cieco e sordo ai segnali che provengono dai suoi studenti, forse perché troppo impegnato a fare lezione, dispensare sapere, presidiare il sacro fuoco della cultura come vergine vestale, e in più assegnare compiti e pagine da studiare, interrogare, correggere verifiche, dare voti, infliggere note, partecipare a riunioni di organi collegiali, compilare griglie di valutazione, moduli, piani di lavoro, relazioni, piani didattici personalizzati, programmi preventivi e consuntivi, schede di progetti, rendicontazioni. Ma appunto, non è tutto: c’è anche il fatto che molti insegnanti non riescono nemmeno a farsi percepire come figure autorevoli (tutt’al più autoritarie), e dai loro studenti non vengono considerati capaci di capire, aiutare, consigliare.

Di fronte a gran parte dei problemi del bambino e dell’adolescente, l’insegnante è, troppo spesso, su un altro piano (stavo per dire “su un altro pianeta”): senza peraltro escludere che il piano da lui presidiato possa poi generare ulteriori problemi, dato che lezioni, carichi di lavoro, verifiche, voti ecc. finiscono ovviamente per impattare sulla vita dell’allievo, e non sempre in modo equilibrato e sostenibile, soprattutto sul versante emotivo.

Un problema di struttura della scuola? Di formazione degli insegnanti? Di entrambe le cose? Ne parleremo.

 

Paolo Demolli
Docente di filosofia

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LABORATORIO ADOLESCENZA
Via Troilo, 4
20136, Milano

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