
Il significato, ma anche il senso, il contesto e, quando è possibile, la storia di certi oscuri vocaboli utilizzati dagli adolescenti.
Ho la fortuna di chiacchierare con una certa regolarità con un liceale sedicenne, mio nipote, libero di esprimersi con me più di quanto non faccia con i suoi insegnanti. E ho avuto così l’occasione, nonostante il suo evidente sforzo di utilizzare in queste occasioni un vocabolario vintage, di poter esplorare il suo variopinto linguaggio e di cercare di capire non solo il significato, ma anche il senso, il contesto e, quando è possibile, la storia di certi oscuri vocaboli che emergevano di tanto in tanto. Ho resistito alla tentazione di compilare il solito dizionario “giovanile”, sempre un po’ modaiolo e destinato ad invecchiare nel giro di pochi mesi. Mi sono soltanto limitato a qualche riflessione su alcune, ne ho scelte cinque, delle parole nuove che ho imparato, quelle che mi sono sembrate più significative nel rappresentare l’adolescenza di oggi.
BOT Quando ho sentito definire un compagno di scuola come “un po’ un Bot”, ho subito escluso che si trattasse di un Buono del Tesoro, ma ho dovuto chiedere spiegazioni. È un termine informatico, mi dice fiduciosamente: sai che cosa vuol dire. Pensandoci bene, per non apparire troppo boomer (parola che, mi assicura, i ragazzi non usano mai, nemmeno come insulto) rispondo che si tratta di un software. Chiarisce Wikipedia che in effetti è un programma automatico che esegue compiti ripetitivi online. Se risponde a domande prefissate (FAQ), per esempio, è una Chatbot. Scopro anche che il nome non è un acronimo, ma una semplice contrazione del glorioso robot. Quindi vuoi dire che il tuo compagno è un po’ robot? Non proprio. Bot, mi dice, è un termine un po’ vecchio (tre-quattro anni fa), ma ancora in uso. Vecchio perché deriva da un videogioco, che impegnava tutti i ragazzi ai tempi della pandemia, quando erano chiusi in casa, si collegavano in rete e giocavano soprattutto a Fortnite con il resto del mondo. Esiste un intero gergo che deriva da questo videogame, ma sono poche le parole che sono entrate nel linguaggio quotidiano e Bot è la più importante. Nei videogiochi i Bot sono ostacoli, eventi o personaggi che i concorrenti incontrano e che non sono mossi da altri giocatori, ma sono “automatici”. In Fortnite, mi dice, i Bot sono facili da superare, da battere, da aggirare. Ed ecco che Bot diventa un insulto: se sei un Bot, insomma, sei debole, prevedibile, anche un po’ noioso. In realtà ci sono altri giochi in cui i Bot costituiscono ostacoli difficili, “cattivi”. Ma nel linguaggio giovanile ha prevalso l’accezione negativa, quella di Fortnite ai tempi del lockdown.
Penso che in Bot ci sia tutta la genesi di gran parte dell’attuale linguaggio giovanile: le parole “del computer” e dei videogiochi, e quindi la lingua inglese, come era ovvio aspettarsi. Ma anche il riferimento storico a un periodo, quello della pandemia, che ha segnato e formato questa generazione, più di quanto noi fingiamo di non sapere.
Bot ha trascinato con sé alcuni compagni di gioco. C’è per esempio l’N.P.C. Quando ho sentito usare questo termine non credevo alle mie orecchie, soprattutto perché l’italiano, al contrario dell’inglese, ama pochissimo gli acronimi poco fluidi nel linguaggio comune. Nel mondo dei videogiochi N.P.C. significa Non Player Character, cioè un personaggio che non partecipa al gioco: appare in video, viene guardato con sospetto, fa parte del paesaggio, e se entra in azione fa o dice sempre le stesse cose. Non è neanche un Bot, perché non interagisce. Avete presente quel ragazzino che se ne sta in disparte, spesso da solo, e soprattutto non partecipa al gioco? È un N.P.C. Un’espressione davvero crudele. All’N.P.C. si contrappone il “Main character”, un termine al quale reagisco come un vecchio accademico. Ma come, dico, abbiamo in italiano (ma anche in inglese) un bellissimo vocabolo dalla storia bimillenaria come “protagonista” e voi, che studiate pure il greco, lo snobbate? Tant’è. Il leader della classe, l’amico che anima la festa è un main character, come il protagonista di una serie Tv. Speriamo che questo termine sparisca presto.
GOSTARE Questo l’avevo già sentito, deriva da ghost (fantasma)ed è uno dei tanti nuovi verbi costruiti sui termini inglesi, quasi sempre in prima coniugazione. Ma attenzione, mi avvisa lo studente liceale: è un verbo transitivo, non vuol dire “diventare un fantasma” o “sparire”, ma “rendere un fantasma”, “far sparire”. Abbiamo ancora a che fare con la crudeltà giovanile? In realtà non sembra sia così. Mi dice che viene usato quasi sempre in un vissuto passivo, un po’ vittimistico. Non si gosta, ma si viene gostati. Se mandi tanti messaggini a un’amica e questa non ti risponde, tu scriverai: “che fai, mi stai gostando?”. Se non si viene invitati a un raduno o a una festa, protesterai: “Mi state gostando?”. Non stiamo parlando di bullismo quindi, ma di paura, espressa in forma un po’ horror, una delle paure più sentite in adolescenza: quella di essere tagliati fuori dal gruppo, quella di essere esclusi, il rischio di diventare un N.P.C.
CRINGE È un termine che risale ancora a prima della pandemia, ma ha trovato un successo crescente nel conseguente uso sempre più diffuso dei social. Significa “imbarazzante” o “disgustoso” o “forzato” (e tutti e tre gli aggettivi insieme). In inglese to cringe significa “piegarsi”, “sussultare”, indica una reazione fisica di disagio. In questo caso il verbo diventa aggettivo. Un video fatto male su Instagram è cringe, un vecchio che si finge giovane ballando su Tik Tok è cringe, ma lo è anche una stupidata detta da un compagno. In realtà il termine “imbarazzante” in italiano compare molto spesso nelle nostre chiacchierate, è l’aggettivo negativo per eccellenza, per tutto ciò che appare sbagliato e fatto male. Il che mi fa pensare che non esiste solo la paura dell’esclusione, ma c’è anche quella, altrettanto forte, di fare brutta figura, mettendo gli altri, appunto, in imbarazzo. È la paura di compromettere la propria immagine nel momento in cui ci si sforza di costruirla.
C’è anche un termine di grado superiore a cringe, è il verbo triggerare. Trigger in inglese significa “grilletto”, quello della pistola. Premere il grilletto significa provocare un’esplosione, una reazione emotiva forte e improvvisa. In inglese in verità to trigger si usa anche in caso di reazioni positive, di gioia o piacere. Ma anche in questo caso tra i ragazzi prevale l’accezione negativa. Per esempio: un forte rumore intestinale durante la lezione di latino. Roba gravemente imbarazzante e un’immagine difficile da recuperare.
AURA Quando si riesce a non essere un bot e cringe e a non essere gostati, si può conquistarsi aura. Finalmente una bella parola italiana, poetica, usata anche da Dante e Da Ponte, nei libretti per Mozart. Facciamo finta di non sapere che in realtà deriva probabilmente da un’altra fonte importante del linguaggio giovanile, un manga e cartone animato famoso, Dragon Ball, a rappresentare l’alone luminescente che circondava il personaggio. A noi piace comunque di più. Aura è una cosa bella, ammirevole, e avere aura indica carisma, personalità, fascino. Quello a cui tutti, non solo gli adolescenti, aspirano. In altro contesto, ho sentito degli studenti complimentarsi con un insegnante perché “aveva aura”, quello che da sempre gli studenti cercano dai docenti. Se fai o dici una cosa veramente super, puoi anche ottenere un +mille aura. Ma attenzione: c’è anche il -cento o -mille aure.
CHILL Avevo già sentito chill e chillare, ma non avevo capito niente del significato. In inglese chill è notoriamente “freddo”, “gelo”, e pensavo che chillare fosse qualcosa di inquietante, “raggelante”. E invece, per fortuna, lo scorso anno la Rete nazionale dei Licei Classici, in collaborazione con l’Accademia della Crusca, ha scelto chill come “parola giovanile dell’anno” e indetto un concorso nazionale tra le classi scolastiche per premiare la miglior definizione di questo vocabolo. Il che, detto tra parentesi, mi sembra un ottimo metodo per insegnare a riflettere sull’importanza delle parole e a pensare al loro significato. Sono quindi in grado di fornire un documento ufficiale sul significato di chill e chillare, la definizione vincitrice del concorso, elaborata dalla IIG del liceo Carducci di Milano:
«Il termine chill, di origine inglese, significa “freddo”, sensazione di gelo. Nonostante esprima ciò, tra i giovani viene usato con un significato completamente differente, sia in italiano sia in inglese. Chill indica qualcosa di rilassante, che non implica stress. In inglese viene spesso utilizzato come verbo (chill out), per invitare a prendere le cose con calma, senza fretta, ma spesso ha funzione di aggettivo, come in italiano (un’espressione giovanile che lo contiene è “Facciamo qualcosa di chill”, che vuol dire ‘non preoccupiamoci e dedichiamoci a un’attività tranquilla, senza doverci impegnare troppo’). Chill, molto comune nei registri informali delle due lingue citate, compare anche in parole italianizzate, come chillato, per indicare una persona calma, o chilliamocela, per invitare a rilassarsi».
Dopo tante paure, inquietudine e ansia di prestazione, finalmente un po’ di relax.



