
La serie sulle fragilità dei teenager e l’amaro in bocca che ci lascia.
Perché tanto rumore per Adolescence? Non è, come spesso capita, rumore per nulla, si tratta di una serie di grande qualità. Ma perché fa discutere più di tante altre, comprese quelle dedicate ai temi adolescenziali, la storia di un ragazzino che accoltella la compagna di scuola? Due possibili spiegazioni: in primo luogo perché tocca (diciamo tocca, raramente approfondisce) tante corde scoperte del mondo attuale, dalla violenza “inspiegabile” a quella di genere, al femminicidio, al bullismo individuale e collettivo, dall’invasività di Internet al ruolo dei social, dalle difficoltà della scuola e dell’educazione alle barriere generazionali. Tutti temi che, attenzione, non riguardano soltanto l’adolescenza.
In secondo luogo, diamo al cinema i suoi meriti, perché utilizza una tecnica, più virtuosistica che sofisticata, particolarmente efficace in questo caso. Adolescenze è un lungo film, girato in quattro scene, che sono tutte dei piani sequenza, vale a dire riprese continue con un solo ciak, senza stacchi e senza montaggio. Si ottiene così una full immersion emotiva, una intensa partecipazione alla vicenda che non ha bisogno di effettacci horror o spaventi per ancorare lo spettatore. “Un pugno nello stomaco”, “sconvolgente”, lo definiscono molte recensioni, impressioni ottenute semplicemente mostrando il volto gracile e smarrito del piccolo assassino e il suo mondo visto da vicino. Più di quanto non facciano i reali fatti di cronaca cui ci stiamo abituando. Tanto che molte degli articoli e delle discussioni social si affannano a chiedersi se davvero il gracile Jamie, protagonista della storia, sia un efferato omicida. A me la risposta sembra abbastanza chiara e mi suscita un po’ di tenerezza il fatto che molti neghino l’evidenza.
In ogni caso chiedersi se il tredicenne Jamie sia o no un assassino è una domanda inutile. Adolescence non è un giallo in cui bisogna scoprire il colpevole e nemmeno un thriller, in cui si cerca di capire gli intrecci del crimine. La sceneggiatura sembra più interessata ad analizzare le reazioni suscitate dalla vicenda, che poi sono le stesse degli spettatori. E soprattutto focalizza l’attenzione su una rappresentazione critica dell’inadeguatezza, a vari livelli, nell’affrontare le estreme distorsioni dell’adolescenza. E poco importa che si tratti della società inglese, dove la storia è ambientata, possiamo tranquillamente riconoscerci in quel mondo. È una tesi enunciata in modo persino didascalico, nell’articolazione dei quattro episodi. Vediamoli sotto questo punto di vista.
La prima puntata è un poliziesco, in cui fin dall’inizio le forze dell’ordine, lo stato che ci “protegge”, appaiono inadeguate fino al ridicolo. Il protocollo prevede un presunto assassino, per cui seguiamo una task force che prende d’assalto all’alba un villino popolare, abbatte le porte e terrorizza i familiari, neanche dovesse catturare uno jihadista. E irrompe in una cameretta dove trova, nel suo lettuccio, un ragazzo poco più che bambino che ha l’aria di aver appena messo da parte il suo orsacchiotto e che si fa la pipì addosso. Ci viene subito detto: non sappiamo nemmeno come si fa ad arrestare un adolescente, figuriamoci il resto. Anche se poi scopriamo che in fondo questi sono poliziotti “buoni”, che rispettano tutti i diritti degli accusati e dei minori, e assistiamo con interesse alle procedure di un Paese civile: la presenza dell’avvocato, del tutore legale, le dovute garanzie. Tutto fila drammaticamente liscio, fino all’accusa formale. E poi un altro scivolone, nella domanda: “E adesso dove lo mettiamo?”. Già, dove sbattere un detenuto di 13anni in attesa di giudizio? È solo un accenno al problema delle carceri minorili, ma è sufficiente a segnalare un dramma che conosciamo bene. Apprenderemo poi che verrà scelta una struttura psichiatrica, dove Jamie verrà messo con adulti “pazzi”.
Il secondo episodio centrato sulla scuola è un affresco, un piccolo capolavoro, dal punto di vista cinematografico, perché la macchina da presa svolazza con grande agilità nei corridoi e nelle aule, sale e scende dai droni, passa da scene di massa a colloqui intimi, coinvolgendo almeno un centinaio di attori e comparse. La gestione di questo piano sequenza è agevolata dal fatto che la scuola, quella del presunto colpevole e della vittima, è rappresentata come un caos totale, tutt’altro che calmo, quasi isterico anzi, dove nessuno, anche i pochi di buona volontà, sembra in grado di contenere, di gestire, di guidare. Certo è un mondo scosso dalla tragica notizia, ma è del tutto evidente che non è molto lontano dall’affannosa normalità quotidiana. Il nostro buon poliziotto vi entra per cercare di capire le cause, il movente del delitto. La sua collega si chiede: “Ma come fanno a imparare qualcosa, qui?”. Ce lo chiediamo anche noi. E non caverebbero un ragno dal buco se l’investigatore non trovasse un inaspettato insider, una talpa, rappresentata da suo figlio adolescente che frequenta la stessa scuola. Che gli spiega quello che tutti i ragazzi già sanno: basta guardare i social, senza fare tante indagini, e soprattutto capirne il linguaggio. E così apprendiamo anche noi che cosa vuol dire incel (celibe involontario) e che esiste la “manosfera”. Ecco che il movente risulta evidente. Se non conosciamo nemmeno il loro linguaggio, come possiamo gestirli?
Meno male che nella terza scena arriva la specialista, la psicologa che deve stilare la perizia per il tribunale. Lei forse svelerà il mistero. Invece non si capisce se abbia volutamente l’obbiettivo di far incazzare il suo paziente o se sia semplicemente goffa, offrendogli il panino sbagliato e cercando a tutti i costi di farlo parlar male del padre. In ogni caso, più o meno volontariamente, riesce benissimo a tirar fuori il “lato oscuro” di Jamie, a indurlo a scatti di ira violenta, persino a far balenare per qualche secondo nel suo volto di giovanissimo grande attore espressioni che ricordano quelle di Antony Perkins in Psycho. Ma era questo il suo proposito? Non semplicemente cercare di capire? Non sapremo mai che cosa scriverà nella sua perizia psichiatrica, ma vediamo che certamente non ne esce bene, più scossa di quanto fosse l’agente Sterling (Il silenzio degli innocenti) dopo il colloquio con Hannibal Lecter, in preda a un burn out professionale.
La quarta parte, la più commovente, è un dramma familiare, riguarda la famiglia, quella che dovrebbe essere il grande baluardo. Suggestionati dai format delle serie Netflix e anche da alcuni piccoli indizi ci aspetteremmo di scoprire infine gli “oscuri segreti” che si nascondono dietro la vicenda. E invece no. Non possiamo dare la colpa (o almeno tutta la colpa) nemmeno a loro. Il padre (altro ottimo attore e cosceneggiatore della serie) è anche lui, lo scopriamo, soggetto a scatti di ira, ma ha i suoi buoni motivi nella situazione di stress in cui si trova e dimostra di sapersi contenere sfogandosi sugli oggetti e non sulle persone. Padre e madre sembrano buoni diavoli, certo semplici e un po’ingenui, ma che dimostrano amore, che si chiedono smarriti: che cosa abbiamo sbagliato? Spaesati anche dal fatto che la loro altra figlia, più grande di Jamie, è il personaggio più solido e maturo di tutta la serie. Come è possibile allora? Ce lo chiediamo anche noi. C’è un piccolo indizio: “Pensavamo fosse al sicuro, chiuso nella sua cameretta al computer”, dice la madre. Una certa ossessione per la sicurezza trapela da altri dialoghi. Scopriamo anche che il padre, consapevole della fragilità del figlio, gli ha proposto, e forse imposto, attività sportive che non hanno fatto altro che accentuare il suo senso di debolezza. Iperprotezione da una parte, incapacità di aiutarlo a costruire le proprie difese dall’altra: basta questo a costruire un mostro?
Alla fine, viene un dubbio. Questo repertorio di piccoli e grandi errori, di piccole e grandi inadeguatezze di persone che pure cercano di fare del loro meglio, ci porta a una conclusione molto negativa: che non ci sia niente da fare. Una narrazione, che forse era nata da una buona idea di critica sociale, si conclude con una dichiarazione di impotenza. Restiamo con l’impressione che non ci sia via d’uscita e questo è difficile da accettare, questo è davvero sconvolgente.



