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Ti trovi qui: Home / LABORATORIO ADOLESCENZA MAGAZINE / 2024 N.2 / La riformina della scuola merita 5 in condotta
La riformina della scuola merita 5 in condotta
SCUOLA

Ancora una volta cambia il modo di “dare il voto”, per simulare un cambiamento. Ancora una volta ci si dimentica che la valutazione deve essere parte integrante del progetto formativo, una parte importante che influenza non solo l’apprendimento, ma anche l’insegnamento. E la vita futura degli studenti.

È stata recentemente approvata una legge (la n.150 del 1° ottobre 2024) intitolata “Revisione della disciplina in materia di valutazione delle studentesse e degli studenti, di tutela dell’autorevolezza del personale scolastico nonché di indirizzi scolastici differenziati”. Per quanto riguarda la valutazione la legge contiene una serie di modifiche a precedenti normative che riguardano in particolare: l’abolizione dei giudizi descrittivi, sostituiti da giudizi sintetici, nella scuola primaria (ex scuola elementare); il ritorno al voto in decimi per la condotta nella scuola secondaria di primo grado (ex scuola media); gli effetti di un voto in condotta insufficiente ai fini del passaggio all’anno successivo o dell’ammissione all’esame finale. In pratica, per la scuola secondaria di primo e secondo grado, il 5 in condotta provoca la bocciatura o la non ammissione all’esame di fine ciclo. Seguono poi una serie di disposizioni che prevedono compiti aggiuntivi in caso di 6 in condotta, che normano la sospensione dalla scuola, che stabiliscono multe in caso di condanne per aggressioni e comportamenti penalmente rilevanti.
Commentando la sua legge, il ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, ha affermato che con i giudizi sintetici “miglioriamo la comunicazione con le famiglie e al tempo stesso l’efficacia della valutazione” e che “con la riforma del voto in condotta si ripristina l’importanza della responsabilità individuale, si dà centralità al rispetto verso le persone e verso i beni pubblici e si ridà autorevolezza ai docenti”. Due aspetti colpiscono: innanzitutto il collegare l’efficacia della valutazione a un puro cambiamento nel modo di esprimerla, poi, e soprattutto, una prevalente visione della valutazione come strumento di certificazione, controllo, disciplinamento e sanzione punitiva. Da molto tempo osserviamo che le numerosissime leggi e disposizioni sulla valutazione scolastica che si sono succedute nel tempo si sono occupate prevalentemente del modo in cui esprimere la valutazione: voti, giudizi sintetici, giudizi descrittivi, numeri, lettere… in una girandola e alternanza di prescrizioni a cui gli insegnanti faticano a tenere dietro. E ora una volta in più la “revisione” della valutazione consiste nell’ennesimo cambiamento nel modo di esprimerla e comunicarla e nelle conseguenze prodotte da quei numeri e da quei giudizi sugli esiti finali.
Questa riduzione di una funzione complessa e potente come quella della valutazione nella scuola a una questione di espressione di voti o giudizi, spesso sostenuta dalla presunta esigenza che la valutazione debba essere chiara, ‘oggettiva’, facilmente comunicabile e comprensibile è un grave sintomo della mancanza di pensiero e attenzione al significato formativo della valutazione e ai suoi effetti sui processi educativi della scuola . Valutare è evidentemente necessario e fondamentale in qualsiasi processo che, come quello scolastico, ha come scopo primario quello di promuovere e sostenere cambiamenti e sviluppo di apprendimenti, di consapevolezze, di costruzione di identità personale. Ma si tratta di intendersi e di riflettere su che cosa significhi valutare in un percorso formativo: misurare performance e livelli? verificare raggiungimento di obiettivi prefissati? certificare la rispondenza a standard attesi di competenze, abilità, conoscenze? classificare e selezionare? Tutto ciò, oltre a riferirsi alla ovvia necessità di osservare e anche di verificare gli effetti della formazione scolastica, rimanda a modelli valutativi tradizionali e diffusi che oggi, in una logica di efficienza, produttività, competizione, affermazione personale, appaiono particolarmente coerenti.
Ma la valutazione scolastica può essere anche molto di più e di diverso: monitorare il processo formativo, promuovere la consapevolezza delle proprie risorse e criticità, fornire riscontro sugli apprendimenti, stimolare capacità di autovalutazione, dare rimandi sul percorso personale, verificare efficacia del processo di insegnamento/apprendimento. Sarebbe necessario ripensare radicalmente la funzione e i modi della valutazione ricollocandola dentro il processo formativo e dentro le scelte didattiche: non può essere solo la parte cupa, temibile, sanzionatoria dell’esperienza scolastica, non è indipendente da come si insegna, come si apprende, come ci si relaziona nella classe. Perché la valutazione è, occorre riconoscerlo, uno dei principali canali di comunicazione tra insegnanti e allievi. L’insieme di tutte le valutazioni che vengono formalizzate in voti, giudizi, attestati comunica continuamente agli studenti non solo il giudizio sui loro risultati, ma anche un riscontro delle loro capacità, struttura progressivamente un’immagine di sé, parla delle aspettative dei docenti su quello che potranno fare ed essere, costruisce o distrugge motivazione allo studio e all’apprendimento.
Molte ricerche pedagogiche hanno mostrato due evidenze importanti: che il modo in cui si valuta retroagisce e influenza il modo in cui si apprende tanto quanto il modo in cui si insegna: si impara, cioè, a seconda di come sarà valutato l’apprendimento; e che l’idea di identità personale e il progetto di vita degli studenti è in relazione diretta con i giudizi e i riscontri di capacità che, fin dall’inizio della scuola, hanno ricevuto. Se valutare è una leva così potente in educazione, la scuola dovrebbe progettare, insieme alle sue scelte didattiche e ai suoi curricula, delle pratiche valutative coerenti con gli obiettivi formativi che si propone. Questo significa attenzione a distinguere le informazioni sui risultati delle prove dai messaggi sul valore delle persone, rendere esplicito il significato di un giudizio, ricordarsi che valutare vuol dire attribuire un valore e un senso, non solo registrare un esito o verificare un prodotto. Si tratta di fare in modo che il giudizio, positivo o negativo, comunichi comunque l’appartenenza dello studente al suo progetto educativo, gli serva cioè per farglielo riconoscere, per orientarlo, per evidenziare che cosa produce fallimenti o difficoltà, per comprendere il suo rapporto con l’apprendimento, lo studio, il lavoro scolastico.
È evidente come tutto il discorso sulla valutazione assuma un significato particolare nella scuola degli adolescenti. Ce lo hanno detto in tanti modi, anche recentemente, denunciando una scuola poco attenta alla qualità delle relazioni, poco disponibile al dialogo, tesa a raggiungere e certificare esiti e prodotti più che ad accompagnare gli studenti nel loro percorso di crescita. Ce lo dicono segnalando lo stress, il disagio, la tensione, le depressioni, i ritiri, il non senso, che sempre più sembrano connotare l’esperienza scolastica degli adolescenti oggi. Certamente questa situazione ha radici e motivi plurimi e deve essere letta alla luce di realtà storiche, sociali, culturali che investono la scuola ma vanno al di là di essa. Ma la scuola, la sua proposta formativa, i suoi modelli pedagogici, la sua capacità o no di pensare e comprendere gli allievi anche come adolescenti ha ruolo e responsabilità rilevanti. E le sue scelte di come intendere e usare la funzione valutativa sono uno dei nodi cruciali. Gli adolescenti hanno un compito esistenziale e un lavoro faticoso da compiere: costruirsi un’identità nuova, immaginarsi adulti, proiettarsi in un progetto di sé desiderato e possibile. E questo ‘compito’ interferisce moltissimo con il lavoro scolastico, e la scuola può sostenerlo o invece renderlo più difficile. Il ruolo della valutazione è qui decisivo, perché sappiamo quanto la nostra identità e il nostro progetto di vita si costruiscano anche, e in gran parte, sulla base delle conferme, dei riscontri, delle immagini che ci arrivano dall’esterno, e sappiamo che la conoscenza e la consapevolezza di sé, delle proprie risorse e criticità è una chiave preziosa per orientarsi e scegliere chi essere e che cosa fare. La funzione conoscitiva della valutazione è qui in primo piano.
Per questo vorremmo che la scuola potesse pensare la valutazione, alle cui procedure deve dedicare tanto tempo e tante energie, dove pensare vuol dire interrogarla nei suoi obiettivi, nella sua funzione, nei suoi metodi, negli effetti che produce, per progettare insieme e dentro alla didattica, dentro il progetto formativo, dentro alle scelte di come e di chi vuole formare, anche un modello di valutazione che accompagni gli adolescenti, che sostenga il loro apprendimento, che produca conoscenza, che orienti, che riscontri e confermi, che arricchisca la relazione e la comunicazione educative tra docenti e allievi e non le inquini e le minacci. E vorremmo anche che le direttive centrali che arrivano alla scuola dessero spazio a una nuova cultura della valutazione formativa.

Anna Rezzara
Pedagogista

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