Dobbiamo renderci conto che la rete è anche un “luogo” dove si esprime la sessualità: più della metà degli adolescenti, secondo la nostra ricerca, fa sexting (lo scambio di foto intime). Pur essendo ampiamente consapevoli dei rischi (il revenge porn e l’estorsione sessuale) che questa pratica comporta.
Sempre più “social” nella vita degli adolescenti: non solo questo ora lo si dà per scontato, ma sarebbe un’ingenua illusione immaginare un’anacronistica retromarcia magari basata su contingentamenti e divieti. E tutto sommato, semmai fosse possibile, sarebbe anche insensata. L’evoluzione (sociale e tecnologica) andrà sempre avanti e, proprio nell’ambito Internet, quel poco-tanto che già ci fa intravedere l’Intelligenza Artificiale ci dimostra come tra pochissimo anche i social saranno archeologia.
Questa prospettiva tutt’altro che fantascientifica non deve naturalmente legittimarci a propugnare un “tana liberi tutti” e lasciare gli adolescenti, tra i massimi fruitori dei social, liberi di agire a piacimento agendo secondo una morale ad assetto variabile per cui attraverso la rete ritengono legittimo adottare comportamenti che, nella realtà, anche i più spregiudicati probabilmente non praticherebbero.
Nell’edizione 2024 dell’indagine Laboratorio Adolescenza–IARD sugli stili di vita degli adolescenti che vivono in Italia (campione nazionale rappresentativo di 3600 adolescenti della fascia d’età 12-19 anni) abbiamo indagato, con la preziosa consulenza della Polizia Postale di Milano, un aspetto molto particolare dell’utilizzo borderline dei social: l’invio sui propri profili o direttamente a interlocutori conosciuti, o che si presume di conoscere, di proprie immagini o video dal contenuto intimo e/o sessualmente allusivo.
Alcuni dati: Il 15% delle ragazze e il 10% dei maschi ammette di aver postato sui propri profili social, almeno una volta, proprie foto o video dal contenuto sessualmente allusivo. E la percentuale, se ci si sposta nella fascia 17-19 anni, arriva al 18%. Ancora più frequente l’invio di foto intime al proprio partner: a farlo è il 55% delle ragazze e il 52% dei maschi; nella fascia di età più alta, rispetto al campione considerato, la percentuale è del 75% (tra le ragazze supera l’80%).
La cosa che sorprende di più è che tali comportamenti siano adottati nonostante ci sia un’ampia consapevolezza dei rischi a cui espongono (consapevolezza che, grottescamente, aumenta con l’età, quando aumenta anche la diffusione di foto e video intimi): dal revenge porn alla diffusione virale delle immagini; dalla compromissione della propria immagine fino a un inesistente “reato contro la morale”. Ma – e questo è un segno eclatante di quanto essere sui social sia una componente essenziale della vita di un adolescente – una delle preoccupazioni maggiori è che l’invio di immagini sessualmente rilevanti li esponga al rischio di essere “bannati” dalla piattaforma, ovvero di perdere l’accesso (per un determinato periodo o per sempre) al loro profilo social, restando inesorabilmente esclusi dal “loro” mondo.
Riguardo ai rischi derivanti dalla pubblicazione in rete o dall’invio privato di proprie foto e/o propri video dal contenuto sessualmente esplicito, con quale delle seguenti affermazioni sei d’accordo o non d’accordo?
| Risposta d’accordo | Totale | Femmine | Maschi | 17-19 anni |
| Si compromette la propria immagine | 78,8% | 80,3% | 77,7% | 80,1% |
| Si può essere “bannati” dalle piattaforme | 73,6% | 74,9% | 72,5% | 71,8% |
| Si commette un reato contro la morale | 70,1% | 72,6% | 67,9% | 71,2% |
| Subire revenge porn | 54,2% | 56,7% | 51,7% | 65,7% |
| Diffusione virale in rete senza consenso | 52,9% | 57,5% | 49,0% | 63,9% |
Certo non basta, per spiegare questo comportamento, rilevare che il 15,7% affermi che “non c’è problema se si ha fiducia nell’interlocutore al quale si invia la foto o il video”. Forse è più sincero quel 34% che riconosce che “non è prudente, ma è comprensibile che si faccia”. Inspiegabile, invece, quel 45% che afferma categoricamente che “non andrebbe mai fatto”, ma poi, almeno in parte, lo fa.
Il fenomeno – come segnala la Polizia Postale – è in fortissimo e costante aumento, e accanto al revenge porn, agito prevalentemente per dispetto, ritorsione (a volta generata da delusione sentimentale) o per accrescere la propria “popolarità” all’interno del gruppo dei pari, si sta registrando un incremento dei casi del cosiddetto “sextortion” che, sebbene al momento non veda ancora i minori tra le vittime principali, è verosimile ipotizzare che presto li interesserà massicciamente.
La sextortion, o “estorsione sessuale”, è una versione ancora più spietata del revenge porn, perché agita “professionalmente” per estorcere soldi alla vittima con il ricatto di pubblicare immagini o video intimi che essa stessa, abilmente adescata in rete da un seduttore “professionista” con nomi e immagini false, gli ha inviato.
Fatta questa lunga premessa, un aspetto delicato che ci interessa affrontare, con l’aiuto della psicologa e sessuologa Loredana Petrone dell’Università di Roma, è il risvolto “di genere” che caratterizza il fenomeno. Se da un lato – i dati dell’indagine lo confermano – le percentuali di maschi e femmine che inviano proprie immagini intime sono sostanzialmente simili, le conseguenze negative riguardano in larga prevalenza le ragazze,
“Condividere immagini o momenti intimi attraverso la rete – afferma Loredana Petrone– ha un nome ben preciso: sexting, ed è espressione di come anche la sessualità si sia trasformata con l’utilizzo delle nuove tecnologie. Vale per gli adulti e, dobbiamo farcene una ragione, vale anche per gli adolescenti. Ma mentre per gli adulti sembra ormai essere stato normalizzato all’interno del nostro scenario culturale, quando si parla di adolescenti i discorsi relativi al sexting virano verso il panico morale e, ancora una volta, discriminano le donne.
Il sexting è considerato spesso un affronto ad una moralità sana e soprattutto a una femminilità appropriata, tanto che quando si parla sexting ci si focalizza molto di più sulle ragazze che producono e veicolano immagini di sé stesse che sui ragazzi che – come conferma l’indagine di Laboratorio Adolescenza lo conferma – lo fanno altrettanto spesso.
Consapevoli di questo, dobbiamo liberarci dall’ipocrita assunto dell’innocenza a oltranza di ragazze e ragazzi; dobbiamo accettare l’idea che gli adolescenti hanno diritto alla sessualità; e dobbiamo renderci conto che la rete oggi – per gli adolescenti come per gli adulti – è un “luogo” (ma non deve essere il solo) dove questa sessualità si esprime. Solo facendo così avremo la serenità di parlare con gli adolescenti di queste cose e cercare di evitare che si imbattano nel revenge porn o nella sextortion che rappresentano – questi, sì – dei rischi gravissimi”.
Ma, al di là dei momenti di reciproca intimità online, cosa spinge ragazze e i ragazzi, fin da poco più che bambini, a mettersi in mostra in modo provocatorio? Esibizionismo? Selfie-mania? Esigenza di piacere e di compiacere? Desiderio di trasgredire? Probabilmente un po’ di tutto questo, ma Alessandra Marazzani, psicologa e membro del consiglio direttivo di Laboratorio Adolescenza, intervistata da Maurizio Tucci sul Corriere della Sera, mette l’accento sul piacere e compiacere: “Compiacere, perché nella maggior parte dei casi l’invio della foto al partner risponde ad una richiesta, a volte anche pressante, alla quale non si vuole dire di no. Piacere, specie quando la foto è postata autonomamente sui propri profili social, perché una generazione di adolescenti per molti versi fragile ha necessità di continue conferme e il “like”, che probabilmente una foto del genere produce, rientra a pieno titolo tra queste conferme”. Un atto di debolezza, dunque, e non di forza. “Magari fosse una trasgressione, che si porta dietro anche una buona dose di capacità di ribellione che è fisiologica in adolescenza”.
L’unico “conforto”, in questo scenario non proprio esaltante, è sapere che, se si ritrovassero in una situazione critica, il 42% – sempre secondo i dati di laboratorio Adolescenza – sporgerebbe denuncia alla Polizia Postale (percentuale che, anche in questo caso, aumenta con l’età). Solo il 20% si confiderebbe con i genitori (percentuale, per altro, in netto calo all’aumentare dell’età) e l’11% con gli amici. Se da un lato il ricorso all’autorità competente è certamente positivo, temere il confronto con i genitori – seppur comprensibile – rende certamente più complesso il superamento, dal punto di vista psicologico, del vissuto. Come per ogni trauma subito, la capacità resiliente certamente dipende molto dal carattere individuale, ma molto dipende anche dal comportamento degli adulti di riferimento, a partire dai genitori. Se c’è sostegno e comprensione – che non significa giustificazione o minimizzazione – l’esperienza potrà a poco a poco essere superata. Ma se l’adolescente sente di essere solo contro tutti, i danni possono essere molto maggiori.



