
Da un film giapponese, una lezione universale.
C’è un incendio in città. E nello stesso tempo, non sappiamo se i due episodi sono connessi, è scoppiato un piccolo dramma in una scuola, con una dinamica che ben conosciamo. C’è stato un litigio, forse culminato in uno scontro anche fisico, tra un insegnante e un alunno e la questione è delicata. Entriamo, a prima vista, in una storia di “crisi della scuola”, in un film di impegno civile, ben girato ma non originalissimo. C’è la frustrazione degli insegnanti sottopagati che hanno perso autorità, ci sono alunni bulli e arroganti, c’è lo scontro tra un genitore e i docenti, c’è una preside che sembra interessata, più che a risolvere la questione, ai problemi burocratici e a salvaguardare il buon nome dell’istituto.
La scuola in questione, dimenticavo di dirlo, è però giapponese, visto che il film, che si chiama L’innocenza, è del regista nipponico Hirokazu Kore-eda, che forse qualcuno ricorda per il suo Un affare di famiglia, Palma d’oro a Cannes nel 2018. Ma a parte qualche differenza di stile e cultura (vediamo l’insegnante costretto a inchinarsi e chiedere perdono alla madre dell’alunno, scopriamo dinamiche leggermente differenti) potrebbe benissimo trattarsi di una scuola italiana. Di nuovo la scuola è metafora della società, come in un altro buon film di questa stagione, La sala professori. E il film può quindi essere interessante per noi che ci occupiamo dei problemi dell’adolescenza, anche se qui si tratta di preadolescenti, poco più (quanto?) che bambini. Può essere persino consolatorio, non tanto per accontentarci del “mal comune”, ma per allontanarsi, è sempre utile, dall’idea provinciale che “certe cose succedono solo in Italia”. Protagonista di questa prima parte del film è la madre del ragazzino coinvolto, una buona mamma, da quel che si vede, ma certo un poco invadente e ben decisa a chiedere giustizia per il figlio maltrattato. Vi ricorda qualcosa?
Improvvisamente però la storia ha una svolta. Ripartendo dall’incendio, rivediamo l’intera vicenda, ma questa volta dal punto di vista dell’insegnante coinvolto, con il suo vissuto e la sua vita privata. Qui i cinefili si danno di gomito: ecco un regista giapponese che cita apertamente un capolavoro del cinema giapponese e mondiale, Rashomon, di Akira Kurosawa, in cui lo stesso dramma (in quel caso uno stupro) veniva raccontato in versioni diversissime da tre protagonisti. In questo caso la seconda narrazione non è solo una prospettiva diversa, ma ci fornisce anche molte informazioni in più sull’accaduto. Al punto da creare un po’ di confusione nel distinguere i buoni e i cattivi, nel rimescolare le colpe, nel suggerire persino esiti thriller o horror (dio ce ne scampi) o fantastici. Scopriamo che non c’è solo un ragazzo coinvolto, ma che sono due i protagonisti (ma qual è il bullo?) e forse più, scopriamo un altro genitore molto meno buono e nuovi retroscena. Tanta carne al fuoco, ansia e un po’ di angoscia.
Poi, come i cinefili si aspettano, ecco la terza versione, che in questo caso è semplicemente la “verità”, quella degli autori ovviamente, in cui tutti i pezzi del puzzle vanno a posto. Come è doveroso, non ne racconterò niente, anche perché tutto sommato non è importante, dal nostro punto di vista. Quel che può interessarci è scoprire che nessuno degli adulti coinvolti, i genitori, gli insegnanti, gli educatori, alla ricerca ossessiva di colpevoli e colpe, incapaci di leggere i sentimenti dietro i fatti, ha capito qualcosa di quel che stava veramente accadendo, non ha colto “l’innocenza” della vicenda. E qualcuno potrà dire: mica tanto innocenti, quei ragazzini. Questione appunto, di punti di vista. Da notare, alla luce dei dibattiti italiani, che questi alunni usano pochissimo gli smartphone e che il loro mondo social è solo quello della scuola, dove probabilmente sono vietati. Alla fine, una drammatica tempesta reale, ma altrettanto simbolica, spegne l’incendio. E qui sta la lezione per noi che ci occupiamo di ragazzini e adolescenti: stiamo attenti a sentenziare, a spiegare, a classificare. Almeno finché non siamo sicuri di aver capito davvero.
È curioso notare che questo film, nella versione originale si intitola Kaibutsu che vuol dire “mostro”, Monster in quella inglese, mentre in Italia l’hanno chiamato L’innocenza. Una scelta in qualche modo coraggiosa. Tutti e due i titoli in fondo sono adeguati, esprimono, in sintonia col film, diverse prospettive. Ma la versione italiana ha il difetto di nascondere in parte il principale messaggio dell’opera. Che è, secondo me: evitate la “mostrificazione” dell’adolescenza.



