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Normalizzare o spettacolarizzare? Questo è il dilemma
SALUTE MENTALE

Cosa c’è dietro i pochi secondi dei reel con cui gli influencer pretendono di “diffondere consapevolezza e sensibilizzare” circa i disturbi mentali?

Come i social semplificano i disturbi mentali

Sei pigro, goffo, sbadato e fatichi a portare a termine i compiti che ti vengono assegnati? Potresti soffrire di ADHD e non saperlo. Sei irritabile, soffri di insonnia e sei sempre stanco? Potresti soffrire di un disturbo d’ansia e non saperlo. Sei spesso triste, hai perso interesse per quelle attività che una volta amavi fare e fatichi a concentrarti? Potresti soffrire di un disturbo depressivo e non saperlo. Ma funziona davvero così o c’è più di quello che i pochi secondi di un reel postato dall’ennesimo influencer – che vuole “diffondere consapevolezza e sensibilizzare” – ci raccontano circa i disturbi mentali?

Nonostante sia risaputo che questo argomento sia tanto delicato quanto vasto, è ahimè questa la logica semplicistica che governa ormai i social network e con la quale gli utenti sempre più giovani si confrontano quotidianamente. È infatti sufficiente “scrollare” per pochi minuti la home di un qualsiasi social per rendersi conto che più della metà dei contenuti che costellano l’intricata e complessa geografia astrale del web non sono altro che video in cui gli influencer del momento dispensano, in pochi secondi, consigli “infallibili” da mettere in atto in specifiche situazioni di disagio psichico; oppure stilano liste di sintomi occulti a cui prestare maggiore attenzione.

Questi video, seppur brevi e celati dietro l’ormai diffusa retorica circa “l’importanza della sensibilizzazione sul tema della salute mentale”, sono in verità estremamente impattanti e dotati di una “carica condizionante” – chiaramente negativa – assai elevata. L’idea che viene veicolata da questo tipo di contenuti è, infatti, la seguente: in maniera univoca, nonché aspecifica, semplicistica e generalizzata, si fa corrispondere a un sintomo – o a una serie di sintomi – un solo e specifico disturbo. Paradossale che nascoste dietro il vessillo di questa moderna “sensibilizzazione social” si celino in realtà idee tanto datate quanto estremamente pericolose.

I disturbi mentali mostrati online come categorie a tenuta stagna

Per anni, nell’ambito delle scienze psicologiche, si è cercato – e tutt’ora la sfida è più che mai viva – di allontanarsi dalla concezione nosografica della diagnosi dei disturbi mentali – che li descrive come entità specifiche categorizzabili sulla base di segni e sintomi – al fine di avvicinarsi a un approccio sempre più globale, che tenga piuttosto conto della specificità del “funzionamento” dell’individuo. Insomma, ad oggi, non è più la persona a doversi adattare alla diagnosi e ai suoi criteri, ma è la diagnosi che deve essere necessariamente costruita sulla specificità del modo di essere del paziente.

Se questo è l’orizzonte che l’odierna psicologia tenta sempre più di abbracciare, antitetica e antiquata appare però essere l’errata divulgazione dilagante sui social media, che riporta indietro di anni la concezione dei disturbi mentali, mostrati ai fruitori dei contenuti online come categorie stagne in cui rientrare.

Influencer “paladini” della salute mentale: effetti collaterali

Una minaccia ancor più subdola proveniente dai video, dalle storie e dai post degli influencer che si autoproclamano paladini della salute mentale, è rappresentata inoltre dal forte impatto – perlopiù negativo – che questi contenuti hanno sull’inconscio dei più giovani. Se infatti è vero che, da una parte, il racconto delle fragilità e dei momenti di difficoltà, condivisi sempre più spesso da influencer e star, contribuiscono ad abbattere i tabù sulla salute mentale e “allenano” preadolescenti e adolescenti a non avere paura di ascoltarsi, è altrettanto vero che, nel momento in cui la sensibilizzazione diventa divulgazione errata, si incorre nel rischio di indurre “modificazioni” inconsce nelle personalità degli utenti più giovani, che spesso arrivano a trasformare il proprio comportamento e a emulare quello caratterizzante il disturbo spettacolarizzato sui social media.

A questo si aggiunge poi la pericolosa e diffusa inclinazione degli utenti dei social all’autodiagnosi, che, basata su descrizioni superficiali, approssimative e parziali, non può che rivelarsi errata e, soprattutto, controproducente: al lavoro necessario per diagnosticare e trattare eventuali malattie mentali, sempre più spesso si aggiunge infatti un ulteriore e faticoso lavoro preliminare di sradicamento dell’autoconvinzione del paziente di avere una malattia diversa.

Tra normalizzazione, banalizzazione e personal marketing

Quanto, dunque, la normalizzazione millantata da questi “guru influencer” è in realtà nient’altro che marketing, triste spettacolarizzazione del dolore, utile solo ai propri profitti? Se è infatti indubbio che è anche grazie ai social se in pochi anni si è effettivamente stravolta la concezione del disturbo mentale come stigma; è anche e soprattutto vero che questa affettata urgenza di postare il proprio dolore per “normalizzarlo” sortisce in realtà l’effetto contrario: banalizzarlo, al solo fine di migliorare il proprio posizionamento sui social cavalcando un tema ormai perfettamente “in trend”.

Ai lettori, agli esperti, e a chiunque abbia coraggio, l’arduo compito di capire se e in che modo sia possibile rimediare ai danni che questa pericolosa e subdola dialettica social circa i disturbi mentali lascia dietro di sé.

Isabella Liburdi
Studentessa di Psicologia - Università degli Studi di Perugia

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LABORATORIO ADOLESCENZA
Via Troilo, 4
20136, Milano

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