
Studenti e insegnanti dovrebbero poter abitare la scuola con serenità e con la percezione che le proprie esigenze ed aspettative sono comprese e rispettate. Ma non è così.
L’estate è finita. E per la gran parte degli adolescenti questo significa il ritorno a scuola. In una scuola molto diversa da quella che a loro piacerebbe; una scuola che ha profonde ferite vecchie e nuove e che ormai rischiano di andare in cancrena.
La scuola, lo abbiamo visto bene durante gli anni del Covid, più che un distributore di nozioni è un preziosissimo agglomerato sociale costituito essenzialmente da studenti e docenti che, insieme, progrediscono, o dovrebbero progredire, in un percorso di formazione e di crescita in qualche modo anche reciproca.
Studenti e insegnanti non sono, ovviamente, “insiemi” assimilabili; se non altro per il motivo per cui sono a scuola. Per gli studenti è un obbligo; fino ad un certo punto imposto dalla legge, dopo imposto da esigenze sociali e professionali. Per gli insegnanti è un lavoro, anche se per alcuni svolto con reale spirito di servizio.
Perché la comunità funzioni sarebbe indispensabile che entrambe le componenti, sia pure nella diversità dei ruoli, avessero la possibilità di abitare la scuola con serenità e, soprattutto, con la percezione che le proprie esigenze ed aspettative siano comprese e rispettate.
Partiamo dai ragazzi: oltre alle scontate e tradizionali rivendicazioni (meno compiti a casa, meno verifiche…), a volte pretestuose, altre legittime, vorrebbero – e qui cominciano ad avere effettivamente ragione – una scuola più aperta al mondo; in cui si abbia spazio per parlare – come confermano anche i risultati delle nostre indagini – di ambiente, di sessualità, di utilizzo corretto dei social, di rispetto delle diversità, di integrazione. E ciò non solo per la disponibilità occasionale di qualche insegnante particolarmente sensibile. Vorrebbero che l’utilizzo delle nuove tecnologie entrasse davvero nella modulazione della didattica e che il “capitolo” non si esaurisse nel divieto o meno di portare a scuola lo smartphone. Vorrebbero che si parlasse di Intelligenza Artificiale per capire effettivamente cos’è e non per demonizzarla come strumento impropriamente utilizzato per fare i compiti senza aver studiato.
Vorrebbero, insomma, che a scuola non fosse la stessa che, “un secolo fa”, avevano frequentato i loro genitori.
Ma qui, almeno in parte, hanno torto. Non è vero che da cinquant’anni a questa parte la scuola non abbia introdotto elementi di innovazione ma, purtroppo, quasi nessuno lo sa, anche tra i diretti interessati. Tanto per fare un esempio: c’è qualcuno che si è accorto del passaggio dalla didattica per conoscenze alla didattica per competenze teoricamente introdotta nel lontano 2010 (DPR NN. 97 e 98)? Ma – domanda d’obbligo – si è effettivamente passati dalla didattica per conoscenze alla didattica per competenze? Quanti insegnanti, che probabilmente sulla carta sanno del cambiamento, sono rimasti protervamente incollati ai loro “collaudati” metodi di quarant’anni fa?
E allora, parliamo degli insegnanti, categoria che certamente non è scevra da responsabilità nel dissesto della scuola, ma nei confronti della quale dobbiamo porci una domanda: quanto – come dicevamo prima – gli insegnanti sono stati messi nelle condizioni di “abitare la scuola” con entusiasmo e, soprattutto, con la percezione che le proprie esigenze ed aspettative fossero comprese e rispettate?
Docenti sottopagati rispetto a tutto il resto del mondo con il quale siamo abituati a confrontarci. Docenti aggrediti – spesso anche fisicamente – da genitori impazziti che difendono, a prescindere, figli somari o delinquenti. Docenti che spesso vivono gran parte della loro carriera in un regime di insostenibile precariato.
E ancora, docenti a sproposito accusati da “autorevoli” esponenti del Governo, – tanto per minarne ulteriormente autorevolezza e credibilità – di caratterizzarsi come la categoria con le ferie più lunghe del mondo. Governo che quando agisce nei confronti della scuola lo fa solo animato da fini propagandistici, come il penoso liceo del Made in Italy – un ossimoro già dal titolo (in inglese, per enfatizzare l’italianità) – opportunamente smantellato a tambur battente dal Consiglio di Stato.
Docenti bistrattati da tutti, ma invocati quando impropriamente si chiede loro di sopperire a tutte le falle educative del nostro sistema sociale e familiare. Dall’educazione sessuale, all’educazione civica, al rispetto per gli altri e per l’ambiente. E, in molti casi, perché ce ne sarebbe bisogno davvero, all’educazione tout-court, che qualcun altro si è dimenticato di insegnare.
E allora queste vacanze finite rischiano di essere un ritorno in guerra, per studenti e insegnanti, proprio nel luogo che dovrebbe essere, in quanto luogo di Cultura, l’antitesi della guerra e della violenza. Come se di guerre – terribili, inspiegabili – che stanno evidentemente atrofizzando la speranza nel futuro degli adolescenti, non ce ne fossero già troppe in giro.
Presidente Laboratorio Adolescenza



