
Difendere gli adolescenti dal “calcare culturale” da cui nascono le discriminazioni.
Delle 12 medaglie d’oro vinte dall’Italia alle Olimpiadi di Parigi, sette sono state vinte da donne, tre da uomini e due da entrambi (erano specialità dove concorrevano un uomo e una donna). Confesso di non essere un grande esperto di sport e quindi non so se questo enorme divario tra donne e uomini sia dovuto a spiegabili ragioni di tipo tecnico, ma indipendentemente da questo trovo in questo 7 a 3 (o 9 a 5) qualcosa di altamente simbolico. Simbolico non per una sorta di revanscismo di genere, ma perché questo 7 a 3, che alle prossime Olimpiadi potrà tranquillamente essere 3 a 7 o 5 a 5, è il segno, almeno nello sport, di una parità acquisita. Le vittorie sono vittorie e il genere, semmai, viene dopo.
E così dovrà essere, in un futuro che mi auguro vicino, per altre “differenze”, a partire da quelle “cromatiche”.
Qualche anno fa una cara amica mi aveva raccontato di suo figlio, all’epoca alla scuola materna, che aveva percepito il fatto che la sua migliore amichetta fosse una bambina nera solo il giorno in cui la maestra aveva invitato i bambini a disegnarsi reciprocamente e lui si era reso conto di dover utilizzare, per ritrarre l’amichetta, un pastello di colore diverso rispetto a quello che lei aveva utilizzato per lui. E di questo aveva informato la mamma.
Poi, col tempo, si sedimentano tutte le incrostazioni frutto di una becera sottocultura che differenzia e classifica – anche ad onta dell’articolo 3 della nostra Costituzione – per sesso, etnia, religione, condizioni personali e sociali.
Nella nazionale degli USA che le nostre ragazze hanno battuto nella finale olimpica ho contato almeno cinque “variazioni cromatiche”, ma non credo che ci sia un americano, ad eccezione forse del candidato Trump, che abbia fatto caso a questo dettaglio o abbia dato patenti di americanità. Noi ancora non riusciamo. Anche il povero Bruno Vespa con intenti, ne sono certo, tutt’altro che razzisti, in un suo ecumenico tweet dopo la finale di pallavolo descriveva la nostra squadra multicolore come frutto di un’integrazione compiuta. Ma di quale integrazione parla, Bruno Vespa? Nella nazionale italiana, se non lo sa, ci sono solo cittadine italiane nei confronti delle quali è una bestemmia parlare di integrazione. Paola Egonu e Myriam Sylla sono nate e cresciute in Italia. Dove e perché si sarebbero dovute “integrare”?
Quanta triste differenza col bambino e i suoi pastelli che la “differenza” proprio non la vedeva. Quante incrostazioni ci trasformano anche se non ce ne accorgiamo. E se è impossibile, per noi, tornare bambini, potremmo almeno aiutare gli adolescenti a difendersi da questo “calcare culturale” che si attacca dovunque. A non diventare preda di ideologie razziste, ad essere aperti al mondo, a viaggiare – se c’è la possibilità di farlo – non solo per farsi dei selfie, ad essere tolleranti, a difendere la propria libertà di pensiero rispettando quella degli altri. A diventare – parafrasando il mitico Totò – uomini e donne e non caporali.
Presidente Laboratorio Adolescenza



