
La diffusione di una sottocultura che tende a “normalizzare” la violenza, soprattutto nei confronti delle donne, e induce al giustificazionismo da parte delle famiglie nei confronti dei figli.
Trovo la pubblicazione dell’inquietante colloquio in carcere tra Filippo Turetta e il padre (a meno che non violi qualche legge, ma non ho la competenza per dirlo) utile se non addirittura doverosa. Non è stato, a mio avviso, mettere l’occhio al buco della serratura di una vicenda privata, ma rendere evidente quanto sia purtroppo diffusa una sottocultura che da un lato tende – sono d’accordo con la sorella della vittima – a “normalizzare” la violenza, soprattutto nei confronti delle donne, e dall’altro induce ad un pericolosissimo giustificazionismo da parte delle famiglie nei confronti dei figli.
Giustificazionismo che, se nel caso Turetta ha raggiunto un picco disgustoso, è ormai diventato un comportamento diffusissimo anche nel banale (in confronto ad un omicidio) quotidiano. Stessa considerazione che, ben più autorevolmente di me, fanno – riferendosi ovviamente al caso – lo psicanalista e sociologo Luigi Zoja e lo psicologo Paolo Crepet che, rispettivamente da Repubblica e dal Corriere della Sera, affermano testualmente:
“Io leggo in quelle frasi, terribili, la tendenza contemporanea dei genitori a trovare attenuanti a ogni azione dei figli, anche le più estreme. Padri che anticipano i desideri dei ragazzi, che soddisfano ogni loro bisogno anche non espresso, che li giustificano sempre e comunque”.
Luigi Zoja
“Non illudiamoci che l’atteggiamento del padre di Turetta sia un caso isolato. I genitori tendono ad annacquare qualsiasi errore dei loro ragazzi, lo sfumano, lo triturano, fino a trasformarlo in una poltiglia digeribile”.
Paolo Crepet
Non sono un insegnate e non ho figli adolescenti, ma per l’attività che porta avanti Laboratorio Adolescenza ho un serratissimo contatto con il mondo della scuola, con adolescenti, insegnanti e genitori, e questo atteggiamento giustificazionista lo riscontro costantemente. Con un danno che rischia di diventare irreversibile sia per la scuola, sia per la famiglia, sia – soprattutto – per gli stessi ragazzi.
È ovvio che contestare un professore o giustificare una bravata del figlio o della figlia non è nemmeno concettualmente assimilabile alle bestemmie del signor Turetta che “tranquillizza” il figlio dicendogli che di femminicidi ce ne sono comunque tanti, ma il “meccanismo” sotteso è comunque simile.
Scrivevo qualche giorno fa, su queste colonne, che l’enorme fiducia che i ragazzi nutrono nei genitori, associata alla diffusa sfiducia che gli stessi hanno nei confronti del resto del mondo, rischia di diventare una miscela esplosiva. Ma è inutile girarci intorno: gli unici che hanno la possibilità di disinnescare questo ordigno sono i genitori, se solo avessero la cultura per poterlo fare.
Il signor Turetta-padre non è solo un genitore disperato – e nessuno gli nega questo sacrosanto diritto – ma è innanzi tutto una persona di un’ignoranza abissale, figlio e padre di una deprimente sottocultura che, se non è ancora dominante, è quantomeno dilagante. Che uccidere una donna inerme sia meno grave di essere un terrorista (lo scellerato genitore ha detto anche questo) ci dà la cifra non della disperazione, ma dell’ignoranza cupa, devastante.
Ed è per questo che la pubblicazione di quel colloquio è utile e importante, perché spinge comunque ad una riflessione collettiva che può aiutare tante famiglie e tanti ragazzi.
Naturalmente non ci sono femminicidi di serie A e femminicidi di serie B, né vittime di serie A e vittime di serie B, ma se la morte di Giulia per tante spiegabili ragioni (ne abbiamo parlato anche su Laboratorio Adolescenza Magazine) ha avuto un’eco enorme, credo davvero – e anche qui sono d’accordo con la sorella Elena – che vada “utilizzata” per diventare un simbolo ed un monito. E, per quel poco che possa contare, Laboratorio Adolescenza sosterrà questa battaglia che non è la battaglia di una famiglia, ma una battaglia di civiltà.
Presidente Laboratorio Adolescenza



