
Rinnovare la didattica, includere gli stranieri e sostenere natalità e famiglie per avere più studenti e innalzare il tasso di scolarità tra i giovani.
Quanti italiani nati nel 2023 si diplomeranno nel 2042
Ho partecipato di recente ad un corso di formazione svoltosi a Matera e tenuto dal dott. Carlo Mariani, ricercatore dell’INDIRE, sul tema della “Didattica orientativa” durante il quale il relatore ha presentato una slide molto interessante che mostrava il raffronto tra il numero dei diplomati all’esame di stato del 2023 e la proiezione del numero dei nati nel 2023 che si diplomeranno nell’anno 2042.
Secondo il relatore, della coorte di 800.000 nati nell’anno 2004, 500.000 si sono diplomati nell’anno 2023, dei quali il 60% e cioè 300.000 studenti si è iscritto all’università, con una proiezione futura di laureati pari al 22/23% della coorte e cioè di circa 180.000 studenti.
Sempre secondo il relatore, dei 370.000 nati nel 2023, 230.000 sosterranno l’esame di stato nell’anno 2042 e, se le percentuali rimarranno invariate, i laureati di questa coorte saranno 80-90.000 studenti, pari al 22/23% della coorte.
Perché in futuro diplomati e laureati si ridurranno
Lo scenario è deprimente ed annuncia un declino apparentemente irreversibile per il nostro Paese.
Non bisogna pensare che il minor numero di laureati nel 2042 sarà compensato dal calo demografico generale, con la conseguenza che il numero dei laureati sarà comunque sufficiente ad assicurare la copertura del ridotto numero di posti di lavoro occorrenti in relazione alla diminuzione del numero della popolazione complessiva.
In questa prospettiva ci porremo di fronte ad una falsa rappresentazione della realtà.
Innanzitutto bisogna considerare che già oggi la percentuale dei laureati in Italia, sebbene in crescita, si pone al disotto della media europea; infatti, secondo il rapporto Bes 2022 a cura dell’ISTAT, nell’anno 2021 la percentuale di persone di età compresa tra i 25 e i 64 anni con un titolo di studi terziario era pari in Italia al 63%, contro una media europea del 79,5%.
Ma più in generale dobbiamo constatare che nell’arco degli ultimi 30 anni abbiamo assistito, soprattutto lungo la dorsale appenninica della penisola, alla riduzione della erogazione di servizi pubblici essenziali, che prevedevano l’esercizio di competenze di livello almeno universitario, e ciò con buona pace dei sostenitori delle autonomie differenziate.
Nel campo della Giustizia alla soppressione delle Preture cui ha fatto seguito la soppressione della maggior parte dei piccoli Tribunali di provincia; nella Sanità alla chiusura dei piccoli ospedali di zona, spesso trasformati in residenze per anziani o semplici presidi di pronto soccorso; nella Scuola abbiamo assistito, fino a gennaio 2024, a continui nuovi dimensionamenti che hanno comportato la soppressione anche di istituzioni scolastiche storiche e verifichiamo che ormai nei piccoli comuni le pluriclassi sono tornate ad essere la norma dell’erogazione del servizio scolastico, come nell’immediato dopo guerra. Per non parlare della chiusura di uffici postali, agenzie bancarie, stazioni dei carabinieri, soppressine di linee ferroviarie e quant’altro.
Tutte le scelte sono state compiute sempre e solamente per ragioni economiche e mai di miglioramento e riorganizzazione dei servizi.
Senza contare che il progressivo abbandono delle aree interne comporta inevitabilmente ulteriore dissesto idrogeologico del territorio e incremento di criminalità organizzata, e renderà irraggiungibili la maggior parte degli obiettivi dell’Agenda 2030.
Rinnovare la didattica per aumentare il numero dei laureati
Tornando a noi, ha ragione i il dott. Mariani a sostenere che, attraverso una rinnovata didattica che sia capace di orientare gli studenti a scelte di studio maggiormente consapevoli rispetto ai nostri giorni, dobbiamo riuscire ad aumentare questa percentuale di 22/23% di laureati rispetto alla coorte dell’anno di nascita di riferimento.
Ma l’incremento di percentuale dei laureati non sarebbe mai sufficiente a dare riposta alle necessità del Paese, e comunque dobbiamo considerare che non tutti aspirano a laurearsi e che una percentuale di agricoltori, artigiani, operai, quadri intermedi (i ragionieri e i geometri della scuola di Gentile) è pur sempre necessaria: per costoro, pur nella prospettiva di dover assicurare l’acquisizione delle competenze chiave per l’apprendimento permanente volute dalla UE, è pur sempre sufficiente pensare agli ITS (istituti di istruzione tecnica superiore) senza dover ricorrere necessariamente alle Università.
Perché va ampliata la coorte degli studenti
Per risolvere il problema è necessario pensare ad un ampliamento della coorte degli studenti.
Inevitabilmente le strade da intraprendere sono due: ; due nodi politici il cui scioglimento non può essere ulteriormente procrastinato.
Dobbiamo tutti renderci conto, al di là della propaganda di parte, che da un lato è urgente riformare la legge 91 del 1992, adeguando i criteri di acquisizione della cittadinanza italiana alle concrete odierne necessità e riconoscere la cittadinanza a quei circa 870.000 studenti e studentesse con cittadinanza non italiana che nell’anno scolastico 2022-2023 hanno frequentato le nostre scuole, dei quali quasi 7 su 10 sono nati in Italia. Dall’altro, che è urgente porre mano a concrete politiche a sostegno della natalità e della famiglia.
Già nel lontano 1979 Ermanno Gorrieri (parlamentare della D.C. e sindacalista della CISL), nel libro “La giungla dei bilanci familiari” edito da Il Mulino dimostrava, dati alla mano, che nella maggior parte degli altri Paesi europei la famiglia fosse concretamente sostenuta attraverso politiche dei redditi che prevedevano trasferimenti monetari diretti (assegni familiari) o indiretti (detrazioni fiscali) ben più incisivi dei nostri, rendendo non penalizzante la scelta di avere dei figli, e che tali politiche fossero osteggiate nel nostro Paese da larga parte del sindacato, dei partiti di sinistra e del movimento femminista.
Ma in quarant’anni nulla di particolarmente significativo su questo terreno è stato fatto nel nostro Paese, rendendo la disposizione dell’art. 36 Cost., secondo il quale la retribuzione deve assicurare al lavoratore e alla sua famiglia una esistenza libera e dignitosa, largamente disattesa.
Se continuiamo così, difficilmente ne verremo a capo.
Docente di diritto ed economia, Istituto professionale Umberto Di Pasca di Potenza



