
Il passaggio dall’infanzia alla pubertà letto dal nuovo film Pixar. Successo di pubblico e buona critica. E un paio di problemi.
Alla consolle piena di leve, manopole e pulsanti, che “controlla” la psiche di Riley, una bambina di 13 anni, si alternano cinque personaggi, che abbiamo già conosciuto nel primo film (del 2015) di questa serie a suo modo rivoluzionaria: sono Paura, Tristezza, Disgusto, Rabbia e Gioia, che, per fortuna, è a capo dell’equipe. Tutto sembra procedere bene, in particolare sembra ben solido il Senso di sé, rappresentato da una delicata struttura argentea. Ma improvvisamente luci lampeggiano, suonano sirene, i comandi non rispondono più, si accende una scritta minacciosa, “Allarme pubertà”: una rappresentazione dell’esordio dell’adolescenza, da cartone animato, certo, ma che trovo comunque geniale. Così comincia Inside Out 2, promettendo da subito la stessa intelligenza creativa del primo film.
In gran parte la promessa è mantenuta. Compare in scena una squadra di manutenzione per affrontare l’emergenza e sostituire la consolle. Soprattutto irrompe una nuova equipe di Emozioni, che si chiamano Invidia, Noia, Imbarazzo e l’incontenibile Ansia, il nuovo comandante, deciso a soppiantare la vecchia guardia, che sovrintendeva al mondo infantile. Lo scontro tra i due schieramenti che si contendono il Senso di sé (i vecchi vogliono conservarlo, i nuovi sostituirlo), sullo sfondo della vicenda di Riley occuperà gran parte della storia, molto complicata e, all’occhio di noi anziani, fin troppo veloce, come sempre ci sembrano oggi i film di azione e i cartoni animati.
Non mancano passaggi godibili e anche raffinati. Ecco Noia, che in realtà si chiama Ennui, col termine francese che indica la noia esistenziale, rappresentata infatti da una specie di Juliette Greco, sempre “sdraiata” su un divano. Ecco il viaggio nella “discarica” della memoria, per ritrovare il vecchio Senso di sé frettolosamente scartato e gettato in un deposito di bolle che contengono i ricordi censurati, le vergogne, gli imbarazzi, i non detti: una rappresentazione moderna dell’inconscio. Ecco l’inaspettata alleanza tra Tristezza e Imbarazzo, Romeo e Giulietta dei due diversi schieramenti, che sentono di avere qualcosa in comune. Ecco comparire, ogni tanto, da una porticina, un altro personaggio che si chiama Nostalgia (dell’infanzia). Ecco, infine, il dubbio amletico di Gioia: “Per crescere bisogna che la gioia vada scemando per far posto all’ansia?”.
Il film sta avendo giustamente grande successo di pubblico e gode, come si suol dire, di buona critica, anche se non del tutto unanime. In un recente articolo sul nostro Magazine dedicato al successo dei Manga tra giovani e giovanissimi era emerso il fatto che i fumetti (e cartoni animati) giapponesi si dimostrassero molto più capaci degli analoghi occidentali di interpretare sogni, pulsioni e problemi relazionali degli adolescenti. Inside Out 2 è in qualche modo un tentativo di inseguire i Manga? Direi di no, visto che il format Inside Out, nato sul mondo infantile, è quasi completamente metaforico, a fronte del realismo, se pur immerso in mondi fantastici, dei fumetti giapponesi. Ma non è neppure vero affermare, come qualcuno ha scritto, che con questo film la Disney finalmente affronta per la prima volta il tema dell’adolescenza. A parte il fatto che il film è della Pixar, che è stata sì assorbita dalla Disney, ma ha mantenuto la sua diversità culturale, c’è da dire che anche la vecchia Disney ha sempre trattato il tema della crescita, con storie cosiddette “di formazione”, a partire dai classici: Bambi è un bambino che, tra fiorellini e graziosi animaletti, deve affrontare l’elaborazione del lutto per la morte della madre; Mowgli alla fine decide di lasciare il meraviglioso mondo infantile degli amici animali per entrare nel “villaggio degli uomini”, stimolato dalla mentore Bagheera e dalla vista di una ragazzina del villaggio; persino Dumbo, l’elefantino afflitto da body shaming, impara a volare. Non è questo primato il pregio di Inside Out2, ma la brillantezza della scrittura di gran parte del film, dove si concentra la creatività.
Poi ci sono i problemi, due grossi problemi a mio parere. In primo luogo la storia di Riley, gestita dalla consolle delle Emozioni, è di una banalità sconcertante, come se gli autori (la sceneggiatrice Meg la Fauve e il regista Kelsey Mann) non volessero esagerare in originalità e si fossero rifugiati nel già visto per la parte “realistica”. Siamo nel solito mondo scolastico, teatro di centinaia di teen movies e di infinite serie, siamo del solito mondo della competitività sportiva, che si incrocia con le amicizie e le rivalità, con la consueta ossessione americana della dinamica perdente-vincente. Oltre a tutto lo spot in questione è l’hockey su ghiaccio femminile, giustificato dal fatto che Riley viene dal Minnesota, che poco si presta ad apparire come metafora universale. L’unico aspetto positivo sta nel finale della storia, che non svelo, quando un lampo di intelligenza fa autocritica al resto della vicenda.
Il secondo grosso problema è una mancanza, l’assenza anzi, di un personaggio fondamentale. Chiamiamolo Corpo o Amore o Sesso, come preferite. Come si fa ad affrontare il passaggio dell’adolescenza senza questo personaggio? Come si fa a “dimenticare” il problema del rapporto col proprio corpo che cambia e con quello degli altri? Due ipotesi. Per stima verso gli autori, che per il resto mi sembra se la cavino bene con le Emozioni, posso presumere che questo o questi personaggi saranno i protagonisti di un probabile Inside Out3. Dopotutto l’allarme pubertà di Riley è appena suonato, in questa puntata.
Seconda ipotesi, più triste. Anche la Pixar di Inside Out è vittima di vecchi perbenismi, quelli per i quali il sesso nei cartoni animati è tabu, o di quelli nuovi, che inducono la Disney a reinventare una Sirenetta con la pelle nera e che impediscono al principe di baciare la Bella Addormentata, perché potrebbe essere interpretato come molestia sessuale. Spero di no, se non altro perché sarei curioso di vedere come eventualmente saranno affrontati i temi dell’identità sessuale, del rispetto di genere e semplicemente della relazione d’amore. Peraltro anche in questo esiste una tradizione Disney: ricordate la commovente danza di seduzione (forse in po’ politicamente scorretta) tra la Bella e la Bestia? E come dimenticare una delle scene più sexy della storia del cinema, quando Lilli e il Vagabondo arrivano (quasi) a baciarsi mangiando lo stesso spaghetto.
Direttore responsabile Laboratorio Adolescenza Magazine



