
Morire a 16 anni. Gli adolescenti, il branco, le famiglie. E il ruolo impossibile del medico di medicina generale.
Come si può continuare a vivere quando si perde un figlio
Sono medico di medicina generale da trent’anni. Ho numerosi adolescenti tra i miei assistiti, spesso mi occupo di tutta la loro famiglia; seguo anche molti “ex adolescenti”, diventati ora adulti e genitori. Ho comunque a che fare con i genitori e i nonni dei coetanei di coloro che occupano le pagine della cronaca di questi giorni: e non parlo solo della vittima sedicenne e dei suoi due assassini, ma di tutto il gruppo, del “branco” che ha comunque partecipato, pur in disparte, all’omicidio.
Ho letto i quotidiani con angoscia, incredula, un film dell’orrore. A sedici anni? Ma come è possibile? Uccidere per il gusto di farlo, premeditare, insultare la vittima fino alla fine… e dopo si va al mare!
Il padre carabiniere piange, anche lui fa fatica a crederci, ma gli altri genitori mandano la maglietta sporca di sangue a lavare dalla nonna. Mi chiedo come si possa continuare a vivere quando si perde un figlio, quando lo si perde accoltellato in un parco o quando è lui stesso che ha il coltello in mano; o quando vede i suoi amici uccidere un amico, ma poi tace per ore.
A cosa serve il medico “di tutta la famiglia”
Il nostro servizio sanitario prevede e garantisce visite di controllo periodiche fino ai sedici anni: ai piccolini i pediatri controllano la crescita dei denti, il peso, i primi atti fisiologici; a quattordici anni le visite dovrebbero servire anche e soprattutto per mettere in luce comportamenti a rischio e abitudini di vita pericolose. Da anni ci diciamo che questo non riusciamo a farlo, abbiamo provato anche a organizzare il “passaggio di consegne” tra pediatri e medici di medicina generale, proprio per seguire con più attenzione questa fase delicatissima, nel tentativo di cogliere i segni di un disagio di cui spesso ci si accorge quando è troppo tardi. Non riusciamo perché gli adolescenti dal medico vengono se hanno la febbre o il male di pancia, ma non se si sentono sani.
Il medico di famiglia, dunque, è spesso il medico di tutta la famiglia, ma anche del paese o del quartiere, di tutta la comunità che vive intorno a quell’adolescente: un osservatore privilegiato, un profondo conoscitore di quella realtà, certo, ma poi? A cosa serve se non riusciamo ad “agganciare” quel ragazzo? Quel genitore? A cosa serve se non si fida di noi? Se non viene in ambulatorio solo per parlare, per confidarsi? A cosa serve se nessuno se ne accorge “prima”?
Un problema culturale
State vicini ai vostri figli dice il sacerdote durante l’omelia, ma come dobbiamo farlo? Cosa dobbiamo trasmettergli? C’è qualcuno che deve educare anche noi genitori?
Stiamo parlando di un problema culturale, dell’abitudine a una violenza di immagini, musica, filmati, a cui i nostri bambini sono esposti fin da piccoli; stiamo parlando dell’accettare l’uso di alcune sostanze, pur dannose, come il minore dei mali; stiamo parlando dell’atteggiamento di chi pretende tutto e subito, di chi non rispetta gli altri. Certo, sono problemi che esistono da sempre, ma quello che non esiste da sempre è un malessere così grande, devastante e diffuso nei nostri ragazzi.
Medico di medicina generale



