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La cultura che non c’è
MINISTRO SANGIULIANO

Un ministro della cultura senza cultura è un vero dramma. Quale esempio, dalle Istituzioni, per le nuove generazioni?

Tra le domande dedicate alla scuola che inseriamo nei questionari della nostra indagine annuale sugli stili di vita degli adolescenti, nel 2011 (13 anni fa) chiedemmo: “Pensi che lo studio sia importante per il successo professionale?”.
La risposta che le ragazze e i ragazzi diedero (“solo” il 56% rispose affermativamente) suscitò scalpore e allarme.

Quale orrore nel constatare che quasi la metà gli adolescenti considerava lo studio qualcosa di fine a sé stesso e non propedeutico per crearsi abilità e competenze da spendere per il proprio futuro professionale e, perché no, il proprio successo.

Quanta acqua – torbida – è passata sotto quel ponte, in 13 anni. Ma con che coraggio, oggi, potremmo raccontare agli adolescenti che “non è vero”, che le cose non stanno così; che studiare è utile e importante non solo per uno snobistico capriccio individuale, ma perché ci può garantire un futuro sociale migliore?
Sinceramente, a che serve studiare se il ministro della “cultura” (tanto per rendere ancora più paradossale la cosa) racconta in pubblico che Cristoforo Colombo partì per il suo viaggio alla ricerca delle Indie, via-ovest, sulla base della teoria della sfericità Terra sostenuta da Galileo Galilei, nato circa cento anni dopo il viaggio di Colombo?

Per una persona che crede nell’importanza della cultura, quale icona più rappresentativa dello Stato ci dovrebbe essere se non il Ministro, appunto, della Cultura? E allora, se si può fare il Ministro della Cultura senza cultura alcuna, perché non si può fare l’ingegnere senza saperne niente di statica, o il professore di filosofia confondendo Leibniz con Cartesio, che con il criterio del ministro possiamo addirittura considerare coevi (Leibniz è nato 4 anni prima che morisse Cartesio), o il “manager” (o il ministro della Repubblica) solo perché si hanno gli amici giusti?

L’andazzo generale ovviamente non aiuta: osserviamo tracimare dai social centinaia, migliaia di influencer grandi e piccoli che hanno incredibili successi fondati alcune volte su idee geniali (non va negato), spesso sul niente, se va bene, o su vere e proprie truffe, se va meno bene. E allora perché perdere tempo a studiare e non inseguire un sogno costruito sui reel?

La tentazione è forte, non va negato, e la difficoltà sempre maggiore nel trovare un lavoro adeguatamente remunerato (che consenta di sopravvivere) a seguito del percorso scolastico e universitario, certo non aiuta ad allontanarla. Il costante calo che registriamo nelle nostre indagini riguardo l’idea di affrontare, dopo il diploma, un percorso universitario, è più che un campanello d’allarme del disagio dei giovani.

Ma se la sfiducia nell’importanza dello studio che si sta impossessando degli adolescenti è comprensibile, guai ad assecondarla, perché il decadimento culturale collettivo non può che farci “avvitare” ancora di più, richiudendoci in un pericoloso familismo retrogrado e senza prospettive.

Proprio per questo, chi ha responsabilità, a qualunque titolo, nel percorso di vita di un adolescente dovrebbe, oggi più che mai, rappresentare un baluardo a difesa dell’importanza dello studio, della cultura, della competenza. Perché, al di là delle contingenze che possono anche apparire sfavorevoli, la cultura personale è e resta un valore inossidabile. La nostra personale riserva aurea in tempi di inflazione impazzita.

Ecco perché un ministro della cultura senza cultura è un vero dramma; perché è una sorta di resa incondizionata della società, della politica, delle istituzioni.

Maurizio Tucci
Presidente Laboratorio Adolescenza

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Via Troilo, 4
20136, Milano

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