
La paura delle interrogazioni o dei voti c’è sempre stata. Ma è cambiata la pressione esterna delle aspettative sociali e dei genitori, diventati più ansiosi dei ragazzi.
Il disagio adolescenziale assume forme diverse: disagio nell’ambito dell’identità, dell’appartenenza, del genere, del sesso, delle relazioni, dell’affettività. Ed è certamente cambiato negli ultimi tempi. Quello che vedo erompere è essenzialmente l’ansia, come dinamica, o sensazione, senza pretesa di darne una definizione precisa. È un fenomeno che viene denunciato sempre più frequentemente dai ragazzi, e che a scuola determina spesso anche un alto tasso di abbandono: nel liceo in cui insegno il numero di abbandoni è molto alto, anche negli ultimi anni del percorso.
Quest’ansia può avere diverse cause. Quando se ne parla con i ragazzi, con frequenza ci si sente rispondere da loro che è ansiogeno il mondo: le guerre, la crisi energetica, la dimensione competitiva all’interno del nostro modello di società, le difficoltà di individuare il proprio percorso, sono diversi fattori che possono generare ansia. Ansiogena è anche, di per sé, la scuola, in quanto luogo dove si viene giudicati, dove lo stress si accumula sugli studenti a causa delle continue interrogazioni e verifiche. È anche difficile rassicurare gli studenti sostenendo che la verifica riguarda solo una specifica competenza, e non pretende di essere un giudizio su di loro come persone. È chiaro che, nella misura in cui si mettono in gioco con un impegno consistente, quella valutazione è percepita come un giudizio su di loro, e pertanto qualunque insufficienza diventa grave. Noi insegnanti spesso non ci rendiamo conto di quanto la ordinaria prassi scolastica possa impattare sull’equilibrio degli adolescenti, dal momento che la scuola è sempre stata in qualche modo stressante, ha sempre interrogato e valutato. Spesso diamo per scontato che quello che abbiamo sempre fatto funzioni ancora, ma non è così: qualcosa è cambiato, e forse sarebbe il momento che ce ne accorgessimo.
Un aspetto che certamente mi sembra emergere in maniera molto marcata riguarda l’ansia del genitore che si riversa sul figlio. E gli nuoce sotto tre aspetti. Il primo consiste nel farlo sentire inadeguato: più o meno consciamente l’adolescente avverte che il genitore è in ansia per lui perché lo considera incapace di affrontare la realtà, e questo accresce l’insicurezza del figlio. In secondo luogo, il ragazzo si sente colpevole per aver generato ansia nel genitore. La terza implicazione è che l’adolescente, oltre a dover affrontare il suo problema specifico, si ritrova a dover gestire l’ansia del genitore insieme alla sua: se deve fare un esame non deve occuparsi solo dell’esame, deve anche tenere tranquilli papà e mamma rispetto all’esame, ed evitare che la loro ansia si riversi su di lui. Ne parlo anche per esperienza personale: mia figlia non mi dice più quando fa gli esami all’università, perché così almeno io evito di scaricarle addosso la mia inquietudine, cosa che non vorrei fare ma evidentemente non riesco ad evitare.
In questo “corto circuito” il tema dell’ansia si collega a quello della fragilità. Non sono fragili solo i ragazzi, siamo fragili tutti, perché la fragilità è costitutiva dell’essere umano. Se questa fragilità per l’adolescente diventa insostenibile, questo dipende dal fatto che nel suo percorso di crescita entrano sempre più in collisione molteplici dinamiche. In primo luogo, ai ragazzi è sempre più imposta un’accelerazione del loro processo di crescita: devono fare le cose sempre prima, oltre a farne sempre di più, con agende quotidiane demenziali. Alla continua accelerazione del processo di crescita si aggiungono poi le crescenti aspettative di eccellenza che i genitori inevitabilmente riversano sui figli, come riflesso della loro percezione di un mondo sempre più competitivo, dove “solo i migliori ce la possono fare”. Queste dinamiche si sovrappongono infine alle tensioni che la scuola genera negli studenti. Si tratta quindi di pressioni dalla famiglia e dalla scuola, che convergono in una continua accentuazione dell’esigenza di prestazione, rendendo estremamente difficile per l’adolescente reggere questo carico di aspettative e trovare un suo equilibrio.
Allora forse dovremmo in qualche misura anche rifocalizzare la funzione degli adulti che dovrebbero accompagnare l’adolescente nel suo percorso evolutivo. Quando entra nella scuola superiore, il ragazzo è poco più che un bambino, e ne esce cinque anni dopo ormai adulto. La scuola come lo tratta? La famiglia come lo tratta? Gli adulti di riferimento lo accompagnano in questo percorso evolutivo, oppure oscillano sempre tra lo sforzo di proteggerlo da un lato, e dall’altro volergli imporre regole rigide e obiettivi “da adulto”? In questa ambiguità dell’essere considerato adulto ma mai davvero abbastanza adulto, o bambino ma non più davvero bambino, per l’adolescente diventa difficile focalizzarsi sulle cose che contribuiscono realmente alla sua crescita. La scuola è ossessionata dalle regole, dai contenuti, e di recente anche dall’ottemperanza a norme esogene che vengono proiettate dall’esterno sulla scuola e chiedono alla scuola, pensata per lo più come una vecchia scatola, vuota di “realtà” o di “attualità” e perciò squalificata, di diventare il contenitore di un’infinità di altre cose. Forse invece dovremmo concentrarci sulla relazione, e non sul contenuto come fulcro del percorso educativo. Oggi il contenuto i ragazzi lo trovano dappertutto: su YouTube non è difficile imbattersi in lezioni su Platone, su Dante, o sul calcolo infinitesimale, spesso migliori di quelle che possiamo fare noi insegnanti. Invece la nostra funzione dovrebbe essere quella di costruire una relazione con gli adolescenti, e concentrarci su questo compito. Se abbiamo in mente il contenuto, il voto, il giudizio ecc., siamo inadeguati rispetto all’esigenza del ragazzo di trovare adulti che lo ascoltino e che lo accompagnino in questo percorso di crescita. Il focus non è il contenuto, o la norma, o l’ottemperanza burocratica: il focus dev’essere la relazione.
Docente di filosofia, Liceo Giovanni Berchet di Milano



