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Laboratorio Adolescenza Magazine

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Ti trovi qui: Home / LABORATORIO ADOLESCENZA MAGAZINE / 2024 N.1 / Non c’è più il “bello della diretta”
Non c’è più il “bello della diretta”
ADOLESCENTI E RELAZIONE

L’abitudine a parlarsi, a comunicare quasi esclusivamente attraverso messaggi, scritti o vocali, nasconde forse il timore di gestire le emozioni del “faccia a faccia”

In un recente articolo del Corriere della Sera si riporta di un sondaggio del Times secondo cui i giovani adulti (fascia di età 18 – 34 anni) nel 70% dei casi non rispondono al telefono, perché questo li mette in ansia, e comunicano solo attraverso i messaggi.

Un fenomeno che anche noi, attraverso le nostre indagini, abbiamo riscontrato nella fascia adolescenziale e che abbiamo già più volte sottolineato.

Già nel 2016 solo il 9,3% degli adolescenti intervistati rispondeva di utilizzare lo smartphone per telefonare. Per gli altri la comunicazione era attraverso messaggi. Messaggi scritti, ma oggi, ancor più che nel 2016, soprattutto messaggi vocali.

In teoria che si mandi un messaggio, scritto o vocale, invece di effettuare direttamente una telefonata può rispondere a una serie di ragioni che non hanno nulla a che fare con l’ansia evocata dal sondaggio del Times: non voler essere invasivi non sapendo se l’interlocutore può essere impegnato in quel momento; voler accelerare e sintetizzare al massimo la comunicazione, specie se questa non richiede necessariamente una risposta articolata; comunicare qualcosa che non ha carattere di urgenza.

Quello che invece appare un fenomeno degno di osservazione è assistere a conversazioni serrate, tra adolescenti, effettuate tramite messaggi, soprattutto vocali. Io parlo e invio e aspetto che tu abbia parlato e mi abbia inviato il “vocale” (come si chiama amichevolmente oggi) di risposta. Adolescenti che osserviamo precipitosi in tutto quello che fanno, tanto che spesso risultano approssimativi proprio per effetto della fretta che mettono ovunque, ma quasi siddhartiani (il brahamino di Hesse che sapeva attendere) quando si tratta di comunicare attraverso lo smartphone. Ci sarà un motivo?

 

Quasi trent’anni di lavoro con gli adolescenti mi fanno propendere per due risposte, di segno apparentemente contrario, ma le contraddizioni sono proprio l’essenza stessa di un’età in divenire come l’adolescenza.

 

La prima è molto pragmatica: generazione multitasking, faticano a fare una sola cosa per volta (non importa se poi riescono tutte “così così”), per cui l’attesa del messaggio vocale di risposta è intensivamente riempita da altro, magari da un’altra serie di messaggi vocali destinati a conversazioni parallele. Oppure l’attesa è utile per postare una foto o una storia su Instagram, guardare un percorso su Maps, o magari, se sono su un tram e non hanno fatto il biglietto, per sbirciare ad ogni fermata se salgono “controllori”.

 

La seconda risposta, che è più una serie di ulteriori domande, ci riporta all’ansia e al sondaggio del Times. Che dietro questo modo di agire ci sia il timore del confronto diretto? di dover rispondere “in tempo reale”? di dover far fronte, subito, a qualcosa che potenzialmente può mettere in difficoltà? A volte – via messaggi vocali – litigano, si “fidanzano” o, più spesso, si “s-fidanzano”, e il messaggio vocale lo attendono con le lacrime agli occhi e non chattando in parallelo con altri. Ma allora, dalla stessa “app”, perché non premere l’altro tasto e iniziare a parlare in diretta?

 

Una volta si diceva – l’espressione era nata quando la televisione iniziò a mandare in onda programmi non registrati in anticipo – “il bello della diretta”. Ed il “bello” era quell’adrenalinico qualcosa in più che derivava dalla consapevolezza di non poter rivedere, tagliare, modificare, anche se questo poteva generare errori.

 

Ecco, direi che per gli adolescenti di oggi “il bello della diretta” non esiste più. Perché temono di non essere all’altezza del confronto. Perché pensano di non essere in grado di affrontare le situazioni o gestire le emozioni. Ansia, eccome, generata da una sempre maggiore insicurezza che sta avvolgendo le nuove generazioni X o Y o Z che dir si voglia.

 

Certo, in astratto, poter avere sempre il tempo di riflettere su ciò che ci è stato detto e su ciò che dobbiamo rispondere è un vantaggio, ma purtroppo nelle vicende della vita non è detto che questo tempo ci venga dato, per cui dobbiamo allenarci a saperne fare a meno.

 

E quale migliore palestra ci sarebbe, anche per questa forma di allenamento, degli anni dell’adolescenza? Ma se ragazze e ragazzi si abituano ad aggirare tutte le difficoltà, a partire da una conversazione telefonica, sarà molto più difficile che siano in grado di affrontarle, le difficoltà, quando inevitabilmente si presenteranno. E questo, ovviamente, non vale solo per la gestione delle “telefonate”, vale per tutto.

 

Una considerazione che dovrebbe essere fatta anche da tanti genitori per rendersi conto del male che fanno ai loro figli applicando una sorta di pericoloso principio di sussidiarietà, intervenendo e interferendo per sollevarli da ogni difficoltà, sostituendosi a loro nei conflitti con la scuola, con gli amici, con la vita.

 

L’adolescenza serve anche per imparare a cavarsela da soli, almeno nelle cose che sono alla portata di un adolescente. A partire proprio dall’essere in grado di comunicare senza essere sopraffatti dall’ansia. Possibilmente guardando negli occhi l’interlocutore di turno o almeno parlandogli “in diretta”, non affidando i messaggi ad una bottiglia lanciata nel mare da “stappare” quando si ha voglia, quando si ha tempo, quando non si ha paura di fa

 

 

 

Maurizio Tucci
Presidente Laboratorio Adolescenza

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20136, Milano

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