
Quali sostanze chimiche con le quali gli adolescenti vengono quotidianamente in contatto possono interferire con lo sviluppo dell’età adolescenziale? A che punto è la ricerca.
Gli “interferenti endocrini” minacciano la salute degli adolescenti? Si tratta di un numero incalcolabile di sostanze chimiche, alcune naturali ma in gran parte di origine industriale, con le quali veniamo quotidianamente in contatto, nei cibi e nell’ambiente. Ci si chiede: quali di esse e in che quantità possono eventualmente interferire, appunto, con lo sviluppo dell’età adolescenziale? Non è una tesi complottista (tipo le “scie chimiche”), ma una domanda che la scienza medica si pone e alla quale cerca di trovare delle risposte. Diciamo subito che siamo molto indietro in questo campo: le ricerche, per ora, sono troppo poche e molto complesse. Ma alcuni studi permettono di formulare alcune ipotesi, riguardo ad alcuni fenomeni che si sono osservati sperimentalmente: per esempio l’abbassamento dell’età del menarca, l’aumento dell’obesità, la riduzione della fertilità. E si è cominciato ad individuare qualche colpevole. È un campo in cui c’è ancora molto da esplorare. In questo articolo, uno dei massimi specialisti italiani fa il punto sullo stato delle conoscenze.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) definisce interferente endocrina (IE) una “sostanza o miscela esogena che altera la funzione o le funzioni del sistema endocrino causando effetti avversi sulla salute di un organismo integro o della sua progenie o delle (sotto)popolazioni”. Rientrano in questa definizione composti chimici, in piccola parte di origine naturale come i fitoestrogeni presenti nei legumi (soia) e in alcune verdure, ma soprattutto numerose centinaia di prodotti industriali normalmente commercializzati e ampiamente utilizzati in vari settori (dall’edilizia all’agricoltura, dall’industria automobilistica a quella farmaceutica, dalla cosmetica all’industria tessile) con cui veniamo facilmente in contatto nella vita quotidiana. Gli IE penetrano nel nostro organismo per via orale, tramite i cibi e i liquidi che assumiamo, per via aerea, tramite l’aria che respiriamo e più raramente attraverso la cute. Il loro numero esatto non è precisabile per vari motivi: non esiste ancora un metodo condiviso di classificazione, un’unica banca dati internazionale che li raggruppi e soprattutto una struttura sovranazionale ed autonoma che li certifichi in modo unitario in termini di rischio per la salute.
La loro utilizzazione può infatti dipendere da regole diverse nei vari Stati ed inoltre la maggior parte dei prodotti chimici attualmente disponibili non è stata testata. Secondo l’Agenzia Europea per l’Ambiente (EEA), su circa 100.000 prodotti commercializzati in UE solo 500 sono stati ampiamente caratterizzati per i relativi pericoli ed esposizione. Negli USA il biomonitoraggio eseguito regolarmente su base nazionale include 350 degli oltre 40.000 normalmente utilizzati.
I soliti sospetti
Per chiarire l’ampia diffusione e le modalità con cui veniamo in contatto con gli IE si può fare qualche esempio prendendo in considerazione alcuni dei composti più conosciuti:
- Bisfenolo-A (BPA). Viene utilizzato soprattutto per le plastiche in policarbonato a cui conferisce importanti proprietà chimiche e fisiche quali eccellente resistenza e rigidità, stabilità termica e resistenza a oli e acidi. Lo ritroviamo in stoviglie e utensili da cucina, contenitori di cibi, compact disc e, nel settore sanitario, in otturazioni dentali o sigillanti e in dispositivi medici contenenti policarbonato o plastificanti a base di polisulfone, come cannule endovenose, cateteri, sonde, inalatori, incubatrici neonatali e apparecchi per emodialisi. Si stima che circa 6 milioni di tonnellate metriche siano state immesse nel mercato mondiale nel 2021. Recentemente l’Agenzia europea di controllo sulla salute alimentare (EFSA) ha consigliato di diminuirne in modo drastico la dose giornaliera tollerabile passando da 4 microgrammi/Kg a 0.04 nanogrammi/Kg.
- Vengono generalmente distinti in due sottogruppi: 1) ad elevato peso molecolare (il di-2-etiliexilftalato (DEHP) è il più noto) utilizzati soprattutto come plastificanti nella produzione del PVC e 2) a basso peso molecolare usati nei cosmetici, insetticidi, prodotti farmacologici.
- PFAS (Sostanze Perfluoro Alchiliche). Costituiscono un’ampia famiglia di composti caratterizzati da grande stabilità termica che li rende resistenti ai principali processi naturali di degradazione per cui possono accumularsi nell’ambiente per un lunghissimo periodo di tempo; sono stati infatti anche denominati “forever chemicals “(chimici per sempre). Vengono usati nella concia delle pelli, nel trattamento dei tappeti, nella produzione di carta e cartone per uso alimentare, per rivestire le padelle antiaderenti e nella produzione di abbigliamento tecnico, in particolare per le loro caratteristiche di impermeabilizzazione.
- Eteri difenilici polibrominati (PBDE = Polybrominated diphenyl ethers). Sono utilizzati come ritardanti di fiamma in mobili, tappezzeria, materassi, tappeti, tende, dispositivi elettronici ed elettrici, sedili e coprisedili, paraurti e altri scomparti di automobili,
- Lo si ritrova in oltre 2000 prodotti comprendenti dentifrici, saponi, detergenti per la sua azione antimicrobica.
Principio di precauzione
La presenza degli IE nell’organismo umano è stata ampiamente dimostrata da indagini epidemiologiche. Livelli dosabili di BPA sono stati riscontrati nelle unghie del 100% di bambini in età scolare studiati in Spagna. In Italia in un migliaio di donne è stato calcolato, in base ai livelli urinari di BPA, un suo consumo medio giornaliero di 0,11 microgrammi. Interessanti i risultati di due recenti (2023) indagini europee: una conclude che “nonostante si sia cercato di limitare l’uso di vari ftalati, una considerevole percentuale di bambini presenta livelli di esposizione superiori a quelli considerati sicuri” e la seconda sottolinea che il biomonitoraggio di 11 sostanze chimiche in 14 Paesi europei conferma la presenza di PFAS nel sangue di adolescenti.
Partendo dalla constatazione della diffusione ambientale degli IE e della loro documentata presenza nel corpo umano la ricerca medica ha cercato di stabilire se ne potessero derivare danni alla salute. Sono stati compiuti notevoli progressi nelle conoscenze in questo settore e nei meccanismi biologici che possono creare le condizioni per lo sviluppo di malattie che interessano vari sistemi organici (nervoso, cardiovascolare, metabolico, riproduttivo) ma non è stato ancora possibile identificare in modo più preciso (le nuove linee di ricerca si stanno evolvendo in questa direzione) quei soggetti e/o quelle popolazioni di individui sottoposti ad un maggior rischio, come pure non sappiamo con esattezza quale sia la soglia (ammesso che ne esista una) accettabile per ogni sostanza. Non è semplice stabilirlo anche perché la tossicologia classica, che si è sempre utilizzata per stabilire la soglia di tossicità, non è completamente applicabile agli IE e si deve quindi ricorrere a metodologie nuove, ancora, almeno in parte, in fase di messa a punto.
Vi è però tra i ricercatori una concordia nel consigliare una particolare attenzione all’età evolutiva, un periodo temporale che è noto essere più sensibile agli effetti tossici. È giusto tener conto ed applicare il cosiddetto “principio di precauzione” mettendo quindi in atto, anche in assenza di prove definitive, tutti i possibili mezzi di prevenzione ,ed evitando il più possibile il contatto con le sostanze sospette.
In particolare, l’attenzione si è concentrata sui primi mille giorni di vita (dal concepimento alla fine del secondo anno postnatale) perché in questo spazio di tempo l’azione degli IE è negativamente più incisiva su organi, apparati e sistemi vari (per esempio quello immunitario) in via di formazione e maturazione. Inoltre, gli IE, tramite meccanismi epigenetici che oggi conosciamo nei dettagli, influiscono sull’espressione e quindi sulla funzionalità di molti geni favorendo lo svilupparsi, anche dopo anni, di malattie soprattutto metaboliche e neurodegenerative. Minore attenzione è stata finora posta all’altro periodo dell’età evolutiva caratterizzato da profonde modificazioni sia a livello biologico sia a livello psico-comportamentale: l’adolescenza.
I motivi che inducono ad approfondire gli studi in questa fase della vita sono vari. Innanzitutto, le indagini epidemiologiche su ampie popolazioni hanno confermato la presenza di IE nell’organismo degli adolescenti.
In Europa sono stati ritrovati livelli significativi di PFAS e di ftalati nel sangue e/o nelle urine in un’elevata percentuale di essi. Negli USA un’indagine nazionale pluriannuale, nella fascia di età 6-18 anni, ha riscontrato BPA e ftalati nelle urine di quasi tutti i soggetti studiati, con concentrazioni maggiori negli adolescenti. Dati analoghi provengono da ricerche canadesi.
Sulla base dei risultati epidemiologici e delle sperimentazioni laboratoristiche in vivo e in vitro si è poi ipotizzato che gli IE possano creare danni biologici in diversi organi e sistemi. Alcuni esempi aiutano a comprendere meglio questo problema.
I primi risultati
Una particolare attenzione merita innanzitutto lo sviluppo neuro-psico-intellettivo, sia perché numerose ricerche epidemiologiche hanno portato ad ipotizzare che, già nella fase prepuberale, gli IE possano contribuire all’emergere di importanti malattie neurologiche, sia perché l’adolescenza è caratterizzata da una profonda riorganizzazione strutturale e funzionale del cervello che deve giungere a completa maturazione ed è più sensibile ad insulti esterni, come anche nel caso dell’alcol e delle droghe. Non esistono molti studi in questo settore ma i risultati finora ottenuti devono far riflettere: ricerche americane hanno messo in risalto associazioni tra assunzione di ftalati e rendimento scolastico, alterazioni del comportamento e minore capacità di adattamento sociale. Alti livelli urinari di ftalati si ritrovano inoltre in ragazzi con minore durata del sonno e soprattutto vi è una correlazione tra livelli di ftalati e i cosiddetti ADHD (Attention-Deficit/Hyperactivity Disorder), caratterizzati da iperattività e difficoltà nella concentrazione, che rappresentano oggi i più importanti disturbi neurocomportamentali essendo presenti in oltre il 9% dei bambini e adolescenti negli Stati Uniti.
Un secondo settore è quello metabolico. In Portogallo è stata calcolata, in oltre 3000 adolescenti, una correlazione positiva tra elevata esposizione al BPA e noti fattori di rischio cardiovascolare quali eccesso di peso, più elevati valori di pressione, alterazioni del sistema insulina-glicemia e del profilo lipidico.
Un terzo settore è quello della maturazione della densità ossea. È importante ricordare che il picco di massa ossea si raggiunge in pubertà e la massa va poi diminuendo nelle età successive. È stata ritrovata una correlazione tra alti livelli di PFAS e di ftalati e bassi valori di densità ossea in adolescenti maschi americani di età compresa tra 12 e 19 anni che potrebbe essere giustificata da un’azione anti-androgenica di alcuni IE.
Si cerca inoltre di comprendere il possibile ruolo degli IE sui complessi meccanismi ormonali che regolano la comparsa e lo sviluppo dei caratteri sessuali secondari. Si ipotizza che, soprattutto nelle femmine, possa essere favorito un abbassamento dell’età di inizio del ciclo mestruale (menarca) anche se l’esperienza in campo umano è insufficiente e ci si basa soprattutto su dati sperimentali. È interessante che negli adolescenti maschi ricerche europee abbiano evidenziato una correlazione negativa tra PFAS e Indice di massa corporea (BMI) a conferma che tali IE diminuiscono i livelli di testosterone.
Vi è infine da ricordare che l’infertilità sta diventando sempre più un problema significativo a livello sociale, considerando che già oggi coinvolge circa il 15% delle coppie in età fertile. Sappiamo che gli IE sono in grado di agire sulla serie di ormoni che entrano in gioco nel meccanismo riproduttivo e che a livello ovarico possono interferire sulla normale maturazione dell’oocita.
I consigli per difendersi
Deriva da queste osservazioni la necessità di un maggior sforzo di ricerca in campo adolescenziale unitamente ad un’azione trasparente e razionale di informazione a adolescenti e loro famiglie nel rispetto del principio di precauzione, in modo che aumenti la consapevolezza dei possibili pericoli e che, al di là delle necessarie azioni legislative e di controllo, vengano attuati a livello pratico comportamenti atti per lo meno a diminuire il contatto con gli IE.
Molti dei consigli in questo senso sono presenti nei siti ufficiali del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, dell’Istituto Superiore di Sanità, dell’Agenzia Chimica Europea.
Per quanto riguarda specificamente l’origine degli IE riscontrati negli adolescenti, le poche ricerche in merito hanno evidenziato un aspetto degno di attenzione ai fini di fornire consigli pratici.
I livelli ematici di PFAS e di BPA sono più elevati nei soggetti che utilizzano con maggior frequenza cibo ultra-processato, liquidi zuccherati in lattina, cibi fritti e impacchettati in plastiche o cartoni da cui possono essere rilasciati gli IE. Esperimenti di diete con cibi freschi, non impacchettati, hanno portato ad una riduzione di oltre il 60% di IE a livello urinario.
Una seconda fonte di origine è quella dei prodotti per l’igiene e la cura della persona, ma le recentissime revisioni della Letteratura non sono state in grado di giungere a conclusioni definitive e universalmente accettate. Nuovi studi con nuovi approcci metodologici sono stati quindi iniziati per poter superare i limiti emersi dalle passate ricerche.
Professore Ordinario di Pediatria, Università degli Studi di Parma



