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Il ministro Valditara e il tetto agli alunni stranieri
NO ALLE QUOTE SI' ALLO IUS SCHOLAE

Adeguiamo i criteri di acquisizione della cittadinanza italiana alle concrete odierne necessità.

“Se si è d’accordo che gli stranieri si assimilino sui valori fondamentali iscritti nella Costituzione ciò avverrà più facilmente se nelle classi la maggioranza sarà di italiani, se studieranno in modo potenziato l’italiano laddove già non lo conoscano bene, se nelle scuole si insegni approfonditamente la storia, la letteratura, l’arte, la musica italiana, se i genitori saranno coinvolti pure loro nell’apprendimento della lingua e della cultura italiana e se non vivranno in comunità separate. È in questa direzione che noi intendiamo muoverci”.

Queste le dichiarazioni del Ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara del 28 marzo 2024 all’indomani dell’intervento del Vice Presidente del Consiglio Matteo Salvini durante la trasmissione “Porta a Porta” di Bruno Vespa che, definendo “un arretramento” la prevista chiusura dell’Istituto comprensivo statale di Pioltello Iqbhal Masih per la fine del Ramadan, aveva proposto un tetto massimo pari al 20% di alunni stranieri in ogni classe.

Sembrerebbero, con tutto il rispetto per i Ministri, due inutili provocazioni, sia perché esse hanno fatto seguito alla dichiarazione di apprezzamento per il lavoro svolto dal corpo docente e dagli organi dirigenti dell’Istituto comprensivo di Pioltello espressa dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, in risposta alla lettera di invito a visitare la scuola, sia perché il Miur con la circolare n. 2 dell’8 gennaio 2010 aveva già previsto che il numero degli alunni stranieri presenti in ciascuna classe non potesse superare di norma il 30% del totale degli iscritti quale esito di un’equilibrata distribuzione degli alunni con cittadinanza non italiana tra istituti dello stesso territorio.

Cittadinanza e nazionalità

Io non intendo discutere di percentuali né alimentare la polemica del Governo nei confronti della Presidenza della Repubblica, ma rispetto alla contrapposizione netta che il ministro propone, tra alunni italiani e alunni stranieri, che non lascia intravedere prospettive, mi pare di poter affermare che Egli abbia una visione non adeguata delle odierne idee sia di cittadinanza che di nazionalità.

Andrea Riccardi, nel suo bel libro Il grido della pace, riprendendo il pensiero di Federico Chabod, ci ricorda che la nazione, nel pensiero italiano, è scelta volontaristica non legata a caratteri naturali. Questa idea è già in Mazzini. La nazionalità non è anteriore all’espressione della volontà dei cittadini.

Riccardi spiega che, mentre per i tedeschi l’idea di nazione si fonda sulle idee di razza, lingua e tradizioni (la c.d. “nazionalità incosciente”), per gli italiani e i francesi questi elementi non significano molto perché, invece, nella nostra e nella prospettiva francese è la coscienza di un popolo a determinare la nazionalità.

Ma, dopo la caduta del muro di Berlino e l’unificazione tedesca, l’implosione dell’Unione Sovietica e l’espansione dell’Unione Europea, è soprattutto la tradizionale idea di cittadinanza, come semplice relazione di “status” tra cittadino e stato di appartenenza, che va messa in discussione.

Jürgen Habermas ci ha insegnato che “Per avere una cultura politica tale che consenta ai principi costituzionali di mettere radici, non c’è bisogno di ricorrere ad un’origine etnica, linguistica e culturale che sia comune a tutti i cittadini dello Stato”; ne deriva che “una democratica cittadinanza politica non ha nessun bisogno di radicarsi dentro l’identità nazionale di un popolo”, richiedendo soltanto, “a prescindere dalla molteplicità di differenti <forme di vita> e culturali”, che tutti i cittadini vengano socializzati in una comune cultura politica.

Il problema della proposta del ministro, che pure in una certa misura sembrerebbe riprendere tale impostazione, è che non offre alcuna prospettiva agli alunni stranieri che all’interno di uno o più cicli scolastici abbiano acquisito i valori essenziali della nostra cultura politica.

Riprendiamo il DDL sullo “Ius Scholae” fermo dal 2017

Ciò è ancor più grave se si pensa che dei circa 870.000 studenti e studentesse con cittadinanza non italiana che nell’anno scolastico 2022-2023 hanno frequentato le nostre scuole, quasi 7 su 10 sono nati in Italia (dato segnalato da Save the Children). Bambine, bambini e adolescenti “italiani” di fatto ma non di diritto.
È allora evidente che, anziché attardarsi a parlare di quote, sarebbe urgente riformare la legge 91 del 1992, adeguando i criteri di acquisizione della cittadinanza italiana alle concrete odierne necessità.

Il testo del Disegno di legge n. 2092, approvato alla Camera nel mese di ottobre 2015 e poi arenatosi al Senato nel 2017 (il c.d. “Ius Scholae”), che prevedeva l’acquisizione della cittadinanza italiana da parte del minore straniero, nato in Italia o che vi avesse fatto ingresso entro il compimento del dodicesimo anno di età e che risiedesse legalmente in Italia, qualora avesse frequentato regolarmente, per almeno cinque anni nel territorio nazionale, uno o più cicli scolastici presso istituti appartenenti al sistema nazionale di istruzione o percorsi di istruzione e formazione professionale idonei al conseguimento di una qualifica professionale, potrebbe rappresentare un buon punto di partenza.

Infatti nella prospettiva habermassiana la formazione richiesta ai fini dell’ottenimento dello status di cittadino, improntata all’acquisizione della lingua, delle principali regole di convivenza civile, dei fondamenti dell’ordinamento costituzionale, nonché di quelle nozioni storiche, letterarie, filosofiche e artistiche che consentano il conseguimento di una conoscenza minima della civiltà italiana, è essenzialmente coincidente con quella erogata nel corso della frequenza di un ciclo di istruzione primaria o secondaria.

Tale procedimento di acquisizione della cittadinanza consentirebbe di evitare l’emarginazione delle sub culture estranee che paventa il ministro, favorendo al contrario un reciproco riconoscimento: “da un lato gli aspiranti cittadini e neo cittadini riconosceranno e rispetteranno i valori fondamentali dell’ordinamento della comunità ospitante, dall’altro lato, i cittadini di lungo corso riconosceranno e rispetteranno cultura e tradizione di questi ultimi i quali potranno affiancare alla propria, senza sostituzioni di sorta, una nuova più ampia e multiforme identità”.

Antonio Maria Berardi
Docente di diritto ed economia, Istituto professionale Umberto Di Pasca di Potenza

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