
Gli studenti scendono in piazza e fanno sentire la loro voce.
E all’improvviso sembra che gli adolescenti, diventati improvvisamente ribelli, scendano in piazza, organizzino manifestazioni, si facciano caricare da una polizia atterrita da un manipolo di sedicenni, occupino le scuole e via dicendo.
Non è necessario essere anagraficamente reduci del ’68 e dintorni per far caso che gli studenti, per fortuna, sono sempre stati sensibili alle questioni più importanti che nel corso degli anni hanno riguardato il pianeta (vedi le battaglie per la difesa dell’ambiente) o la nostra società. Non hanno mai smesso di “manifestare”, di far sentire la loro voce e la loro esigenza di partecipazione più attiva nella gestione della scuola nel bene (sperimentando interessanti forme di autogestione o cogestione) o nel male (occupando e devastando la loro scuola).
Certo, dal ’68 ad oggi ci sono stati momenti e fasi storiche in cui la loro voce si è sentita più forte o più flebile, ma non ricordo – ripeto, per fortuna – momenti di latenza.
Oggi però – è vero – qualcosa è cambiato, ma non nel comportamento degli studenti: apprezzabile, discutibile, criticabile… ma nella percezione di una società adulta con una coscienza sociale e una capacità di reagire ai minimi storici.
In queste settimane abbiamo sentito parole terribili, inaccettabili, pronunciate da personaggi pubblici di primo piano: dalla responsabilità delle cariche della polizia attribuita ai genitori che non hanno educato bene i loro figli; all’esigenza di una scuola con classi differenziate, modello treni, dove chissà se al livello “executive” è previsto anche il carrello con il break colazione, fino alle recentissime e sgrammaticate esternazioni del ministro del “merito” che mette le quote italiani/stranieri nelle classi. Siamo comunque in attesa di vedere la traduzione in italiano del “post” del ministro per capire bene cosa intendesse effettivamente dire.
Qualcuno ha reagito a questo andazzo, ci mancherebbe, ma i più, questi orrori, se li sono fatti scivolare addosso senza alcun problema. Impegnati solo a raschiare il fondo del barile, tutto ci disturba: anche i giovani che quel “barile” vuoto non ce l’hanno nemmeno e vorrebbero costruirsi un futuro decente. O almeno poterci sperare.
Ma non basta. Quando ci torna utile per fare retorica lamentiamo che gli adolescenti di oggi sono disinteressati a tutto, chiusi nel loro inutile mondo dei social. Ma poi, quando hanno la forza di esprimere le loro idee, anche politiche, o urlare il loro orrore su ciò che sta accadendo in Palestina – anche scendendo in piazza – di fare e dire ciò che noi non abbiamo più il coraggio di dire e di fare, ecco che diventano pericolosi teppisti.
Ci piacerebbe, forse, che il nostro nichilismo li contagiasse, per non trovarceli davanti a sbatterci in faccia la nostra ipocrisia e, forse, pavidità.
Ma dove stiamo andando, inutile illuderci, è sotto gli occhi di tutti e lo scenario prende tristemente forma giorno dopo giorno. La “nostra” – parafrasando Leopardi – è una lugubre quiete prima della tempesta, in cui non solo non siamo più in grado di metterci in gioco, ma ci infastidisce, ci spaventa anche vedere qualcuno che lo fa. E quando cominciamo ad avere paura di tutto, ecco che ci aggrappiamo a puntelli immaginari e diventiamo prigionieri di un feticcio di “low and order” che ci va bene anche nella spaventosa declinazione Netanyahu.
Non è vero che gli studenti sono improvvisamente saliti sulle “barricate” disturbando, provocando e rompendo. Sono gli unici che non hanno mai rinunciato a lottare, a sognare, a vivere. Siamo noi che abbiamo smesso di farlo, che latitiamo. Ed invece di essere al loro fianco a difendere la linea Maginot plaudiamo o tacciamo sui manganelli che li fermano.
Presidente Laboratorio Adolescenza



