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Se un bambino mi vedesse

Immaginarsi osservati dai bambini può essere un modo efficace per ricordare i fondamentali del comportamento. E offrire a ragazze e ragazzi l’opportunità di recuperare l’affetto e la guida di cui hanno bisogno quando non li hanno ricevuti nei primi anni di vita. Appunti di Fulvio Scaparro.

Quando avevo 14 anni mio padre mi portò a vedere un film che sarebbe rimasto per sempre nella mia memoria: Harvey di Henry Koster con James Stewart. Non credo che tutti voi, non fosse altro che per età, abbiate visto questo film del 1950. Se lo desiderate, potete consultare il sito della ScuolAnticoli diretta da Luigi Scialanca. Qui, sotto la voce ‘Spiegare un film a un bambino’, troverete le schede dei film in linguaggio semplice per bambini dalla IV elementare alla III media e molti loro commenti ai film loro presentati.

Traggo da questo sito la presentazione del film.

“Elwood P. Dowd è un uomo che tutti considerano molto simpatico, affabile, generoso e intelligente. Un uomo, la cui compagnia è un piacere e una gioia. Un uomo, insomma, conoscere il quale è una fortuna e un privilegio: chiunque lo incontri, anche solo per qualche istante, arriva sùbito a pensarla così.

Ho detto chiunque?… Be’, in realtà un paio di persone non ne possono più, di lui: sua sorella Veta (la premurosa mamma di Myrtle Mae), un’anziana signora molto come si deve che Elwood mantiene, con tutte le comodità, in una bella casa; e sua nipote Myrtle Mae (la capricciosa e pudicissima figlia di Veta), una fanciulla non più in fiore che Elwood mantiene, con tutte le comodità, in quella stessa casa.

E volete sapere perché ce l’hanno con lui, quelle due campionesse di riconoscenza e gratitudine? Per una sciocchezza: pensano che Elwood P. Dowd, loro zio e fratello, sia matto. E sono stanche, le poverine, di vergognarsi di lui davanti alle loro sussiegose invitate e ai maturi giovanotti che, se non ci fosse Elwood, già da un pezzo avrebbero chiesto la ben conservata mano di Myrtle Mae.

E perché sarebbe matto, il povero Elwood P. Dowd, secondo loro? Solo perché ha un carissimo amico, Harvey, che non abbandona mai e presenta a tutti quelli che conosce. Solo perché Harvey è invisibile. Insomma: solo perché Harvey è un puka: un enorme coniglio bianco, invisibile, alto due metri.

E per una bagatella del genere (ma anche perché da qualche tempo hanno talvolta la sconcertante impressione di vedere Harvey anche loro) le due brave donne hanno deciso di rinchiudere il povero Elwood in manicomio… Vi pare giusto?”

Tutto questo lungo preambolo per dirvi che anche io ho i miei Harvey. Non so se finirò come Elwod ma spero di cavarmela con la scusa di un certo decadimento cognitivo tipico dell’età. In realtà la cosa dura da un pezzo. Ci ho messo un bel po’, almeno sessanta dei miei oltre ottant’anni, per capire che sia nella vita quotidiana sia in quella professionale, molte difficoltà si affrontano meglio immaginando che accanto a noi ci sia un bambino o una bambina che ci sta osservando. Vado predicando che quello che va bene per i bambini va bene per tutti e non è vero il contrario e mi chiedo se la predica corrisponde ai miei comportamenti.

Ormai è quasi automatico: se perdo il controllo, alzo la voce in una discussione e mi faccio sopraffare dalla rabbia, mi abbatto o mi arrendo troppo facilmente quando le cose non vanno come desidero, mi chiudo in un cupo silenzio, non mostro coraggio nel sostenere cause che ritengo giuste, sono pigro fisicamente e mentalmente, servile o prepotente, manco di rispetto, parlo di pace facendo la guerra, se, insomma, non sono un buon esempio, ecco che compaiono un bambino e una bambina attorno ai sette anni che mi osservano seri e silenziosi.

Nel 2022 ho scritto un libro già citato in questi miei Appunti in cui, anche se non l’ho ammesso esplicitamente, ho cercato di spiegare quanto immaginarsi osservati dai bambini possa essere per tutti un modo efficace per ricordare i fondamentali del comportamento. Non dimentichiamo mai quello che di buono o di cattivo abbiamo sperimentato nell’infanzia. Le esperienze vissute negli anni in cui il nostro benessere dipendeva dalla soddisfazione dei bisogni fondamentali, segnano il nostro destino, ma non sempre in modo irrimediabile perché non si contano le vicende di ragazze e ragazzi che hanno in buona parte recuperato quanto non ricevuto nei primi anni di vita grazie a incontri con adulti che hanno dato loro l’affetto e la guida di cui avevano bisogno.

Quei bambini immaginari che mi sorvegliano sembrano ricordarmi perché maxima debetur pueris reverentia (ai fanciulli è dovuto il massimo rispetto). L’infanzia ha bisogno di pace, regole comprensibili e condivisibili, affetto, guida e buoni esempi.

Nel 1951 non avevo ancora visto i tre capolavori che Vittorio De Sica aveva dedicato all’infanzia, I bambini ci guardano (1943), Sciuscià (1946) e Ladri di biciclette (1948). Li ho scoperti a metà degli anni ’50 quando, ormai adolescente, avevo maturato un’esperienza di vita che mi aveva fatto riflettere su alcune difficoltà sperimentate nell’infanzia. Da allora in poi sono stato sempre grato ai grandi registi che nel corso del tempo hanno usato il cinema per raccontare le traversie incontrate da bambini e ragazzi a contatto con un mondo adulto purtroppo immemore della propria infanzia. Prima ancora del cinema, come ho scritto nella terza puntata di questi Appunti, grande fonte di riflessione sulla mia e altrui infanzia derivava dai grandi romanzi di avventura di cui ero avido lettore. Quando poi è arrivato il momento di fare una scelta professionale e gran parte del mio tempo era dedicato allo studio di psicologia, psicoterapia, psichiatria e pediatria, le mie preferenze sono andate sempre a quei maestri che mi sembravano davvero vicini, per scienza e per esperienza, alla condizione infantile e, di conseguenza, si erano dedicati alla causa della protezione dell’infanzia.

Quei piccoli Harvey di cui vi ho parlato non mi hanno mai abbandonato. Sembrano volermi ricordare ogni giorno come sia sempre più necessario – e interesse di tutti – proteggere i bambini, i ragazzi e ogni persona fragile da una serie di pericoli che, benché ben noti a tutti – anche per esperienza personale! -, troppo spesso sono ignorati dal mondo adulto. Onore alla ricerca scientifica che, studiando le cause dei traumi infantili­ e le loro ricadute sullo sviluppo ne ha individuato le principali cause: la trascuratezza emotiva, l’abuso fisico e sessuale, la violenza assistita, il rifiuto e l’abbandono, la perdita precoce delle figure genitoriali, ecc. E onore alla pratica di chi ha fatto della protezione dell’infanzia una ragione di vita.

Fulvio Scaparro
Psicologo e psicoterapeuta

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LABORATORIO ADOLESCENZA
Via Troilo, 4
20136, Milano

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