
La cogestione del liceo Berchet di Milano. Un centinaio di incontri per parlare dei temi che interessano e appassionano di più ragazze e ragazzi. E dei quali la scuola raramente parla – Articolo 2/4.

Laboratorio Adolescenza continua a seguire “in presa diretta” la cogestione del liceo Berchet di Milano. Un fittissimo calendario di incontri – che gli studenti chiamano in gergo “assemblee” – in cui si discute di “quell’altro” che alla scuola italiana spesso manca.
Ne parliamo con Anita Puzzo (che è anche nel consiglio di istituto della scuola) e Andrea Greco, due degli organizzatori della cogestione 2024 che così sintetizzano: “96 assemblee organizzate principalmente da noi studentesse e studenti per parlare dei temi che più ci stanno a cuore, spaziando dalla mafia alla violenza di genere, dalla musica e il teatro all’ educazione sessuale e a molto altro. Con relatori che vengono prevalentemente dall’esterno, e che noi stessi abbiamo contattato e invitato. Un grande sforzo organizzativo ampiamente ripagato dalla soddisfazione di vedere gli studenti e le studentesse della scuola seguire con estrema attenzione e partecipazione le attività organizzate”.
“Credo sia importantissimo – sottolinea Anita – concedere alla componente studentesca spazi di “libertà” in cui si possano approfondire interessi, sviluppando una consapevolezza più profonda su ciò succede a scuola ma anche nel mondo esterno”.
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“Fatemi vedere come corre una bambina di dieci anni”
“Diritti delle donne”. A presidiare l’assemblea è stata la professoressa Eleonora Montani, madre di una studentessa del Berchet, che insegna diritto penale e gender law presso l’Università Bocconi.
Ha scelto tra gli studenti che assistevano all’assemblea sette ragazzi, di cui quattro ragazze e tre ragazzi: “Fatemi vedere come corre una bambina di dieci anni” ha chiesto loro, e tutti e sette i ragazzi si sono messi a correre in modo scomposto, scoordinato, in modo lento, con le braccia all’aria. “Ora fatemi vedere come corre un bambino di dieci anni”. I ragazzi questa volta hanno corso in modo composto, veloce, serio.
Facendo questo esperimento, realizzato per la prima volta dall’azienda americana Always tramite il video #LikeAGirl, la professoressa Montani ci ha fatto vedere come lo stereotipo della donna maldestra, non adatta allo sport, né a qualsiasi tipo di lavoro manuale persista ancora tra i ragazzi, sia di genere femminile che di genere maschile.
Altrettanto sorprendente è stato, poi, vedere il video di #LikeAGirl, nel quale si vedono bambine di dieci anni che, dopo la richiesta di correre come una bambina loro coetanea, corrono più veloce che possono, impegnandosi, divertendosi, proprio come farebbe un bambino della stessa età.
Dopo la lettura di testi, interpretati e letti dagli studenti, come “La Torre di Babele”, (un testo scritto per il teatro riguardo il tema della violenza di genere), o “Mi chiamo Valentina, e credo nell’amore” (monologo di Paola Cortellesi), e “Non se ne può più” (scritto da Stefano Bartezzaghi), la professoressa ci ha chiesto quali fossero per noi i primi segni di violenza all’interno di una relazione. Le risposte sono state: quella gelosia che inizialmente l’altra persona apprezza, perché vista come una dimostrazione d’affetto; il senso di colpa, che scaturisce nell’anima della vittima; il possesso, il controllo, la manipolazione. Poi ci ha chiesto che tipi di violenza conosciamo. Ci ha spiegato che la violenza non sta solo nelle botte o negli insulti, ma nell’isolare l’altro, nell’allontanarlo da amici e familiari; sta nell’imbroglio, nell’egoismo, nell’indifferenza, nell’abbandono, nella critica, nella cattiveria.
La professoressa Montani ha colpito tutti gli studenti presenti all’assemblea dove non volava una mosca, e dove alcuni si commuovevano, ascoltando le sue parole e ritrovandosi in situazioni descritte.
Vedere i miei compagni attenti, partecipi e interessati a una questione con cui tutte noi ragazze abbiamo, in qualche modo, a che fare, mi ha riempito di gioia il cuore e mi ha dato speranza che le cose un domani possano cambiare. Penso, però, che l’unico modo per far sì che la situazione cambi sia tramite la parola e la testimonianza, che aiuta le persone ad aprire gli occhi: per questo ringrazio ancora la professoressa Montani, la mia scuola e tutti i miei compagni, che hanno deciso di aprire gli occhi.
Flaminia D’Ercole




