
Oltre l’80% dei quattordicenni va dal pediatra o dal medico di medicina generale sempre accompagnato da mamma o papà.
Secondo i dati dell’indagine nazionale sugli stili di vita degli adolescenti, realizzata annualmente da Laboratorio Adolescenza, oltre l’80% dei quattordicenni (88% se si tratta di femmine) va dal medico (pediatra o medico di medicina generale che sia) sempre accompagnato da mamma o papà. Situazione che imbarazza il 40% dei giovani intervistati e che li dissuade dal trattare alcuni argomenti e porre liberamente domande al medico. Un’altra metà invece preferisce affrontare le proprie problematiche “attraverso” il filtro dei genitori, gradendo quasi sempre la loro presenza durante la visita medica, non sentendosi forse ancora pronto a confrontarsi direttamente e in modo autonomo con chi lo ha in cura.
Certamente questa è l’esperienza più comune tra i pediatri e i medici di famiglia. Il “medico dei bambini” o “il medico degli adulti” può avere difficoltà a instaurare o mantenere una relazione di fiducia con chi, per meccanismi tipici della sua fase di vita, sta compiendo un movimento di distacco dal mondo dell’infanzia e fatica a fidarsi dell’adulto.
Per potersi orientare in questo complesso territorio, senza turbare equilibri familiari e dinamiche personali, è importante conoscere bene l’adolescente e i suoi genitori e saper modulare, nel tempo, le modalità di ascolto e di comunicazione. Come pediatre riteniamo indispensabile, nel corso delle visite mediche, il coinvolgimento attivo del bambino, futuro adolescente, il più precocemente possibile, già nei primissimi anni di vita. Spiegargli, ad esempio, in modo semplice la sua malattia, le medicine che dovrà assumere (i bambini sono straordinari nel comprendere i messaggi!) e rivolgersi a lui/lei con il desiderio di instaurare un rapporto diretto e non solo con i genitori. Questo potrà rappresentare un aiuto importante per renderlo sempre più consapevole che la salute è un bene da proteggere, che deve essere lui stesso protagonista del proprio benessere psico-fisico e che per questo potrà, se vuole, chiedere aiuto al suo pediatra. Tutto ciò diventa ancora più rilevante nell’attuale momento storico/evolutivo sanitario in cui è possibile, in alcune aree, mantenere l’assistenza pediatrica fino ai 16 anni, anche per i ragazzi che non sono affetti da patologie croniche.
Una delle domande che ci poniamo più frequentemente è proprio quella proposta nel questionario: il colloquio e la visita medica del ragazzo devono esser fatti con i genitori o da solo? Non crediamo si possano dare delle regole: si deciderà a seconda delle situazioni, delle esigenze e dell’età dell’adolescente. Qualunque sia la modalità è importante esplicitare, a genitori e adolescente, la posizione del medico che vuole e deve ascoltare entrambi (la tua mamma mi ha detto che…, suo figlio mi ha raccontato una situazione diversa…), raccogliere le informazioni, trovare e condividere con il ragazzo e il genitore una possibile soluzione. Potrà inoltre essere utile offrire all’adolescente un appuntamento da solo, la possibilità di telefonare o scrivere direttamente al pediatra negli orari indicati, per dubbi o chiarimenti.
Proporre, con estrema serenità e delicatezza, un momento di riservatezza tra medico e adolescente fa sì che i ragazzi si sentano accolti e rispettati nella loro iniziale sfera privata e i genitori avvertano l’importanza dell’evoluzione del rapporto con il mondo esterno che il proprio figlio comincia a desiderare e a costruire, desiderando una posizione più discreta, anche se sempre vigile, da parte della famiglia.
Cosa ancora potrebbe essere a noi utile per poter conquistare l’attenzione e la fiducia dell’adolescente? La comunicazione deve essere chiara e leale. Il linguaggio semplice ma professionale, con disponibilità ad utilizzare canali quali email e whatsapp che ormai fanno parte del quotidiano sociale. Proporsi come amici, complici, usare lo stesso linguaggio, crediamo sia più dannoso che utile. Si può essere vicini, comprensivi anche mantenendo la (giusta) distanza! Siamo convinti che i ragazzi desiderino la presenza autorevole di un adulto (non di un altro amico!) che si faccia carico delle sue difficoltà e in qualche modo cerchi di aiutarlo. Forse non ha il “coraggio” di chiedere aiuto, dobbiamo imparare a trovare le modalità comunicative per far emergere le sue problematiche. L’adolescente va ascoltato, ponendo domande che favoriscano la “narrazione” del suo vissuto, del disagio psicofisico che prova, per accogliere al meglio le sue preoccupazioni, senza mai banalizzare individuando difficoltà, ma anche risorse e potenzialità allo scopo di giungere ad una soluzione possibile e condivisa.
Può capitare inoltre che il medico si trovi a dover navigare tra movimenti di delega del genitore (glielo faccia capire lei, forse lei che è un medico riesce meglio a dire queste cose …) e offerta di insidiose alleanze (mi raccomando, non gli dica che glielo ho detto io…), la cui accettazione può minare la possibilità di stabilire una buona relazione con il proprio giovane paziente. È bene impostare da subito l’alleanza con il ragazzo non sul segreto, ma sul suo ben-essere, su quello che è utile per lui, proponendosi in modo leale per aiutarlo.
Dal pediatra fino a 16 anni
L’opinione di Gianluigi Marseglia, Direttore Clinica Pediatrica Università di Pavia.
Una importante novità dalla regione Lombardia: da quest’autunno tutti gli adolescenti potranno continuare ad essere seguiti dal pediatra di famiglia fino al compimento del 16° anno.
È una indicazione molto rilevante che si inserisce in un dibattito che da anni viene condotto per riconoscere il pediatra come la figura privilegiata di riferimento per i ragazzi fino ai 18 anni e, soprattutto, in linea con quanto afferma l’OMS: “I medici e i professionisti sanitari più adatti a prevenire le malattie dell’adolescenza sono quelli che si occupano specificamente dell’infanzia” (Technical Report, 1965). Una scelta coerente anche con la legge italiana n. 176 del 1991, che ha ratificato la Convenzione sui Diritti del Fanciullo del 1989, secondo la quale: «L’infanzia include ogni persona di età inferiore ai 18 anni».
La decisione della Lombardia è quindi un passo importante nel confermare che il miglior medico per un adolescente è il pediatra che, conoscendo la sua storia e la sua famiglia, può garantire al meglio la continuità delle cure ed essergli di supporto in un momento molto delicato della sua vita.
Nota importante: Il prolungamento dell’assistenza fino ai 16 anni avviene solo su richiesta dei genitori, e con il consenso del pediatra, ma ricordiamoci di coinvolgere sempre le ragazze e i ragazzi nella decisione, perché è il loro medico, non quello di mamma e papà.
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