
L’educazione alla sessualità è la più richiesta dagli studenti (80,2%) nei programmi della scuola futura. Se ne parla da anni, ma finora è stato fatto poco e male.
Com’è noto, l’Italia è uno dei pochissimi paesi dell’UE a non prescrivere un insegnamento di educazione alla sessualità in alcun ordine e grado di scuola, nonostante una serie di proposte già a partire dagli anni ’70. La possibilità di ovviare a questa lacuna mediante interventi affidati ad esperti esterni è relegata all’autonomia didattica delle singole scuole: nella maggior parte dei casi, tuttavia, le iniziative vengono bloccate dal timore di “smuovere le acque” su un argomento ovviamente delicato, e dal rischio di doversi scontrare con le presumibili resistenze dei genitori.
Nel migliore dei casi, vengono approvati a livello di scuola primaria o secondaria di primo grado interventi per lo più limitati alla trattazione dei meccanismi biologici e fisiologici della riproduzione sessuata, forse perché la descrizione della sessualità umana in termini non dissimili dall’impollinazione delle piante tranquillizza tutte le controparti sul tono “neutro” del discorso (tale cioè da non generare contrapposizioni sul piano religioso, etico, politico).
Nella scuola superiore, frequentemente la presenza di sportelli di ascolto psicologico fruibili individualmente dagli studenti funge da “foglia di fico” per non dover avviare iniziative più sistematiche. È pur vero che alcune materie di per sé consentirebbero di affrontare il tema rimosso della sessualità: non solo la biologia, ma anche e soprattutto le materie dell’area umanistica, almeno quando nel corso dei programmi si incontrano autori che sfiorano la sessualità correlandola ai temi dell’affettività, della società, dell’esistenza. Al di là del fatto che voler cogliere questi spunti dipende comunque dalla sensibilità e dall’intraprendenza del singolo docente, anche queste opportunità sono in realtà troppo esigue per costituire una risposta adeguata. In molti indirizzi di scuola superiore (nell’ordinamento professionale e tecnico) le materie umanistiche hanno poco spazio e restano isolate dal nocciolo duro delle materie di indirizzo. Anche nei licei, dove le materie umanistiche hanno maggior peso, questi sporadici “incontri” si verificano troppo tardi, perché l’impostazione storicistica degli insegnamenti umanistici li rende possibili solo alla conclusione del percorso di scuola superiore, quando gli anni più delicati dello sviluppo e della prima esperienza sessuale sono ormai trascorsi.
Gli studenti italiani quindi, dall’infanzia al raggiungimento dell’età adulta, non ricevono dalla scuola alcuno strumento culturale che li aiuti ad affrontare in modo armonico e consapevole le profonde trasformazioni corporee, affettive e relazionali che l’età dello sviluppo comporta. All’assenza di informazioni di cinquant’anni orsono si è sostituita l’odierna proliferazione di input di ogni genere reperibili nel magma della rete, senza però che il risultato cambi: proprio perché caotico, disomogeneo e mai criticamente vagliato, l’eccesso di informazione odierno non è fruibile in termini educativi. I contenuti informativi, anche quando si tratti di materiale scientificamente valido e non di pornografia, sono sempre pericolosi per un utente che non possieda gli strumenti critici per selezionarli e interpretarli.
La sovresposizione a un profluvio di immagini, suggestioni, stereotipi, imperativi connessi a una sessualità per lo più mercificata (al limite del pornografico) dai media, dalla pubblicità e dal mondo dello spettacolo produce su bambini e adolescenti una stimolazione continua, una iper-sessualizzazione del mondo cui è impossibile sottrarsi, ma che impedisce un percorso di scoperta della sessualità graduale, armonico e rispettoso della sensibilità individuale. La vera funzione della scuola dovrebbe consistere non già nel giustapporre ulteriori contenuti a quelli diffusi da altri emittenti, quanto nel farsi carico di un serio sforzo educativo, che non solo consenta di orientarsi nel caos dei contenuti disomogenei, ma proponga una lettura etica della sessualità come dimensione costitutiva dell’essere umano, profondamente intrecciata all’affettività e alla socialità, valorizzando il riconoscimento delle differenze e orientando l’adolescente al rispetto di sé e degli altri.
Se rinuncia a questo compito, la scuola abdica al suo ruolo e si ripiega nella sterile conservazione di un sapere astratto e vuoto, incapace di incontrare i bisogni più autentici dei soggetti in età evolutiva, di cui dovrebbe accompagnare e stimolare la crescita.
Docente di filosofia, Liceo Giovanni Berchet di Milano



