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Ti trovi qui: Home / LABORATORIO ADOLESCENZA MAGAZINE / 2023 N.2 / I manga ci insegnano a comunicare coi ragazzi
I manga ci insegnano a comunicare coi ragazzi
FUMETTI

Da che cosa deriva lo straordinario successo tra gli adolescenti dei fumetti giapponesi? Dal fatto che propongono storie, personaggi, avventure che parlano alla “pancia” dei giovani.

I fatti salienti sono questi.
A) In occasione del Salone Internazionale del Libro 2022, l’AIE, l’Associazione Italiana Editori, ha riferito che nel 2021 sono stati venduti nelle librerie fisiche e online e nella grande distribuzione 11 milioni e 543 mila albi a fumetti, per un valore di 100 milioni e 245mila euro. Di tale quota, 58,3 milioni (il 58,1%) derivano dal comparto dei manga, il termine con cui definiamo i fumetti originati in Giappone. Il report in questione conferma che il genere fumettistico baciato dalla crescita maggiore è per l’appunto il manga, passato da 11,2 milioni di euro di vendite nel 2019 a oltre il quintuplo nel 2021.
B) Nel giugno del 2022 il Gruppo Mondadori acquisisce una partecipazione pari al 51% del capitale sociale di Edizioni Star Comics S.r.l., marchio nostrano di fumetti storicamente specializzato nella pubblicazione dei nippo-comics. Una mossa del colosso di Segrate per stanziarsi sul gettonatissimo terreno del pianeta Manga.
C) A siglare un autentico fenomeno editoriale è, guarda caso, un fumetto giapponese: One Piece, incentrato sulle avventure picaresche e piratesche del giovane Monkey D. Luffy, a caccia di un leggendario tesoro. Scritto e disegnato da Eiichirō Oda, a partire dal 1997, ha conquistato il lettorato planetario, entrando nel Guinness dei Primati nel 2015 come serial a fumetti realizzato da un singolo autore con il maggior numero di copie pubblicate. Nel 2022 parliamo di oltre 500 milioni di albi in circolazione. Un volume d’affari a dir poco mirabolante. Che ha convinto la piattaforma di streaming Netflix a distribuire di recente l’adattamento live action del manga di Oda.

E potremmo continuare con una D), una E) e via elencando… Perché la verità è semplicemente la seguente: i comics del Sol Levante hanno saputo ammaliare stuoli di adolescenti con progressione rapida, solida, pervicace. Dalla pionieristica intuizione della compianta Granata Press di Luigi Bernardi (che tra il 1990 e il 1996 tradusse e importò con regolarità manga e anime, ossia i prodotti di animazione nipponica), questo filone della Nona Arte (leggi: il Fumetto) non si è rivelato, alla prova del tempo, un proverbiale fuoco di paglia. L’incendio della passione arde tuttora. E allora ci si interroga: i motivi di questo tracimante trasporto?

«Fermo restando che i fenomeni mediatici sono a volte animati da un meccanismo che si autoalimenta (per capirsi: se un prodotto comincia a funzionare, crescerà ineludibilmente per una sorta di diffusione virale), io ritengo che i manga vantino una peculiarità unica: rispetto ai grandi classici, che vivono di pura avventura (da Topolino a Batman), questi prodotti parlano alla pancia dei giovani, con il loro fardello di disagi, criticità, sogni e prospettive». È il pensiero di un celebre addetto ai lavori: il professor Daniele Barbieri, docente all’Accademia di Belle Arti di Bologna, dove insegna Metodologia progettuale della comunicazione visiva, Fenomenologia dell’immagine e Storia del fumetto, ed eccelso saggista che al mondo delle “nuvolette parlanti” ha dedicato libri come I linguaggi del fumetto, La linea inquieta, Breve storia della letteratura a fumetti e Il pensiero disegnato.

«L’attenzione alla psicologia adolescenziale è un tratto onnipresente. Il destinatario del manga, in definitiva, è precipuamente il ragazzo. Tant’è che mi è capitato di riscontrare un dato singolare leggendo L’attacco dei Giganti, che è un fantasioso manga post apocalittico. Ebbene», continua Barbieri, «il padre di uno dei protagonisti non è disegnato con le fattezze di un soggetto anziano: graficamente sembra invece… il figlio “invecchiato”, maturo. Come dire: il genitore non è un soggetto a sé stante perché, con quell’artificio visivo, l’adolescente si può identificare in ciò che magari diventerà». Sono ingredienti visuali minimi ma significativi, che il pubblico giovanile recepisce e premia.

Il manga, poi, rispetto alle produzioni occidentali, sa sfoderare un coraggio narrativo capace di toccare anche le corde più riposte di un ragazzo. La questione dell’identità di genere, per esempio. «L’autore Rumiko Takahashi ha saputo affrontare con leggerezza dissacrante questo tema assai sentito con il manga Ranma ½, in cui il protagonista acquista le sembianze di una ragazza ogniqualvolta entra in contatto con l’acqua fredda. Certo, si pigia sul pedale dell’umorismo irriverente», rimarca Barbieri, «ma sarebbe un grossolano errore pensare che la storia sia soltanto una girandola di gag: il personaggio portante, Ranma, sperimenta il suo gender swap, lo slittamento verso il sesso opposto, con solare accettazione, vivendo il personale lato femminile senza vergogna alcuna».

E poi palpita, nei manga, anche lo spirito del grande romanzo di formazione. Si pensi a un’altra hit mondiale: Naruto, di Masashi Kishimoto. Lui è un ragazzino, con addosso un’infanzia emarginata: da ninja incompetente diviene via via più aitante e, tra incessanti sfide, si adopera per cambiare il proprio mondo, coltivando il sogno di diventare un Hokage, il Grande capo del villaggio, stimato e riverito. Una parabola esistenziale, alla stregua del David Copperfiled dickensiano, che l’autore ha dipanato in 15 anni di serializzazione (dal 1999 al 2014) e che ha totalizzato 250 milioni di albi venduti!

«Un ulteriore punto di forza del fumetto giapponese, rispetto alle creazioni degli artisti occidentali», riprende la parola il professor Barbieri, «è la relativa debolezza delle contrapposizioni etiche. Mi spiego. Nella stragrande maggioranza dei comics statunitensi, esistono i buoni e poi ci sono i cattivi. E se questi ultimi dovessero primeggiare in qualche modo, noi sappiamo a priori che avranno i giorni contati. Dai manga, invece, emerge spesso una sensazione: non si sa davvero appieno chi è il buono e chi il malvagio. Le ragioni dell’uno e quelle dell’altro parrebbero, agli occhi di chi legge, ugualmente convincenti. Insomma, il manga raffigura situazioni e personaggi che non sono così graniticamente “bianchi” e “neri”, ma, realisticamente, ne offre una rappresentazione modulata su differenti livelli di grigio. Io ritengo che quest’ambivalente, contraddittorio, problematico agire dell’essere umano nella sua dimensione morale sia un elemento narrativo che stimola la riflessione profonda e anche una forte partecipazione emotiva da parte di un lettore giovane, magari stufo di vedere supereroi scultorei, titanici e perennemente vincenti».

Già, forse risiede veramente qui la ricetta vittoriosa della manga-mania: nelle loro sterminate sfaccettature ─ dal sentimentale all’avventuroso, dal comico all’erotico, dall’ultra-violento al fantasy, dalla fantascienza all’horror ─, queste storie hanno il magico potere di sorprenderci perché… be’, altro non fanno che teatralizzare quel cubo di Rubik dalle illimitate combinazioni chiamato Vita.

Edoardo Rosati
Giornalista, esperto di fumetti

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