
La sicurezza si costruisce dentro una società che integra, che include, che accoglie, che educa e non abbandona, e che di conseguenza vede, ascolta, comunica.
Da circa un anno, in qualità di Garante dei Diritti per l’Infanzia e l’Adolescenza del Comune di Milano, posso avvalermi di un nutrito gruppo di consulenti dai 13 ai 18 anni di età, che mi aiutano a cogliere il punto di vista dei cittadini minorenni, grazie all’iniziativa Teen Voice Milano.
Mi ha spiazzato scoprire fin dai nostri primi incontri che il problema più urgente dei miei giovani consulenti nel vivere la città sia il fatto di non sentirsi sicuri. Inizialmente ho pensato che si trattasse dell’influenza dei media sulle loro rappresentazioni, per poi ricredermi di fronte a una serie impressionante di racconti di eventi vissuti in prima persona o da amici vicini – aggressioni, rapine, incursioni a feste private, molestie – che giustificano la percezione di insicurezza diffusa. Successivamente ho compreso che tale percezione è ampiamente condivisa da preadolescenti e adolescenti, soprattutto quando si trovano al di fuori di contesti formali che prevedono la presenza di adulti (famiglia, scuola, attività sportive ecc.), anche se questa condizione non garantisce in toto. In maniera estesa ed inedita negli ultimi anni il pericolo maggiore viene identificato in quei coetanei che esercitano prevaricazione e violenza, in forme spesso non colte appieno dagli adulti.
Recentemente abbiamo dedicato uno degli incontri di Teen Voice ad un confronto in merito al cosiddetto Decreto Caivano (Decreto-Legge 15 settembre 2023, n. 123). Per me è stato molto interessante raccogliere le opinioni in merito delle ragazze e dei ragazzi, dopo aver presentato loro i contenuti del decreto. È emersa l’idea che questo provvedimento sia poco efficace e appare più un tentativo di “nascondere la polvere sotto il tappeto”, senza capire le cause del fenomeno e risolverle. Ritengono che il problema non sia il ragazzo in sé ma il suo contesto familiare e sociale. In questo senso, l’iniziativa del governo non si occupa degli aspetti cruciali del problema, che richiederebbe investimenti in educazione per bambini e adolescenti, aumentando la presenza di professionisti dedicati e le opportunità di crescita e di vivere una vita piena di significato, e interventi per aiutare le famiglie e trasformare i contesti degradati. È stato bello trovarmi di fronte a punti di vista così interessanti e maturi.
A mio avviso, siamo in presenza di un modo di governare più interessato a comunicare per sollecitare l’emotività dell’opinione pubblica, piuttosto che ad affrontare con decisione le problematiche sociali emergenti. Lo stesso dibattito relativo ad una legge che sancisca l’abbassamento dell’età della perseguibilità penale per i cittadini minorenni si inscrive in questa cornice. La reclusione garantisce (forse) di placare l’ansia di vendetta. Non aumenta la sicurezza, non agisce da deterrente rispetto ai reati di violenza, non garantisce, dopo l’esecuzione della pena detentiva, di poter contare su giovani “recuperati”, cambiati in meglio e restituiti alla società come persone, e cittadini capaci di convivere positivamente. Infatti, è noto che il nostro sistema carcerario è inadeguato e inadatto a svolgere le funzioni rieducative assegnate dalla Costituzione. La condizione in cui versano gli Istituti Penali Minorili è drammatica, priva di adeguate risorse economiche, strutturali, progettuali.
La sicurezza si costruisce dentro una società che integra, che include, che accoglie, che educa e non abbandona e che di conseguenza vede, ascolta, comunica, protegge chi è in difficoltà o subisce atti di violenza. E questo la maggioranza dei nostri ragazzi lo sa. La forma migliore di fare politica e governare nasce dalla capacità di interpellare e ascoltare gli interessati. È necessario partire dal punto di vista dei ragazzi.
Garante dei Diritti per l’Infanzia e l’Adolescenza, Comune di Milano, Professore ordinario di Pedagogia generale e sociale, Università Cattolica del Sacro Cuore



